«La droga usata dai ragazzi come autoterapia contro angoscia, solitudine e noia»

Lo psicologo Gianluca Farfaneti si occupa soprattutto di giovani in strutture pubbliche: «I genitori oggi sono più soli di un tempo»

GianlucafarfanetiGianluca Farfaneti, ravennate, psicologo, lavora da anni a Cesena per l’Ausl Romagna nei servizi pubblici che si occupano di tossicodipenza. A lui chiediamo, se possibile, di farci un profilo psicologico delle persone che oggi sono più a rischio. «Non è facile rispondere a questa domanda. Diciamo che l’età si sta abbassando ed è un fenomeno molto legato alla voglia di sperimentare e autonomizzarsi. Due costanti che osserviamo sono la solitudine e la noia di questi ragazzi. In generale, esistono fattori individuali, ambientali e sociali che intersecandosi possono rendere alcune persone più vulnerabili. Per esempio il rischia aumenta in chi già da bambino ha mostrato disturbi psicologici, in chi si trova in famiglie dove ci sono state difficoltà relazionali e carenze nell’accudimento, magari per un lutto o una separazione, e poi sì, ci sono le cosiddette “compagnie”, il contesto sociale degli amici e delle persone che si frequentano, come abbiamo visto nella tristissima vicenda di Lugo».

In particolare sulle circostanze della morte di Matteo Ballardini, chiediamo a Farfaneti se abbia colto elementi che gli siano parsi comuni ad altre situazioni. «Ho letto solo le cronache sui giornali, ma sì, ho ritrovato molto di tanti racconti, la modalità autoterapeutica di assunzione di droghe per non sentire angoscia e dolore, unita all’idea di essere un po’ onnipotenti; da qui il minimizzare, lo svicolare dalla realtà pensando che tutto passa».

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CocainaMa che cosa può fare una famiglia per prevenire questo rischio nei figli? «Oggi i genitori sono più soli rispetto al passato, ci sono meno situazioni protettive come potevano essere, per esempio le parrocchie, i circoli, gli oratori, e quindi il consiglio è forse quello, nel dubbio, di chiedere aiuto ai consultori, ai servizi, al medico perché oggi invece c’è una rete più diffusa a cui rivolgersi. Più che il mito del dialogo, forse bisogna soprattutto osservare i figli, notare se per esempio fanno spesso tardi, se hanno un atteggiamento più chiuso, se esagerano con il bere o fumare. La scuola è sicuramente un fattore protettivo importante».

Le famiglie con un figlio tossicodipendente rischiano di essere schiacciate dai sensi di colpa? «Sì, ma le famiglie fanno ciò che possono nelle condizioni in cui si trovano, il che non signfiica che non adottino comportamenti disfunzionali. Ma sollevarle dal senso di colpa è uno dei primi passi che attuiamo quando cerchiamo di riconnettere un dialogo interrotto all’interno del nucleo».

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