Il medico di Msf: «Non scorderò mai lo sguardo vuoto dei ragazzi soldato in Congo»

Il lughese Andrea Collini ha trascorso sei mesi a Masisi, zona di conflitto: «Curiamo tutti quelli che arrivano feriti. Non mi sono mai sentito in pericolo, anche se sentivamo gli spari e vedevamo ogni giorno le ferite sulle vittime»

Andrea Collini MSFAndrea Collini, lughese oggi residente a Torino dove si sta specializzando in medicina d’urgenza, da gennaio a luglio di quest’anno, è stato in Congo, a Masisi, con un progetto di Medici Senza Frontiere noto e ormai consolidato, uno dei pochi peraltro che permette appunto anche a chi è ancora privo di specialistica di partecipare alle missioni sanitarie di una delle Ong più importanti del mondo. Il progetto copre una popolazione di 500mila persone.

Cosa l’ha spinta a partire? E perché Msf?
«Il diritto umanitario e l’assistenza ai più deboli sono temi che da sempre mi interessano. Lo si capisce anche un po’ dalla specializzazione che ho scelto: in Pronto Soccorso può arrivare chiunque, non scegli chi curare, sei sempre in prima fila. In passato avevo fatto tre settimane a Kios, in Grecia, in un campo profughi, con una piccola Ong e questa volta volevo affidarmi a una struttura con fondamenta storiche più solide. Dentro la cooperazione internazionale del resto sappiamo bene che ci sono anche tante contraddizioni. Personalmente condivido pienamente lo spirito e i principi di Msf».

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E che situazione ha trovato in Congo?
«Si tratta di un progetto in sede da tanti anni e che funziona bene, Msf ha creato una buona formazione degli operatori locali e questo non è mai scontato. Ha cambiato le statistiche del posto rispetto alle condizioni di salute di tante categorie deboli, in particolare donne e bambini. Il problema vero sarà come mantenere assistenza quando Msf se ne andrà perché quello dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di ogni progetto».

Ma è un obiettivo realistico?
«È la grande sfida. Accanto all’aspetto sanitario, l’Ong lavora anche sul fronte dell’Advocacy, di denuncia delle situazioni critiche e di pressioni sugli interlocutori locali, ma ovviamente non è facile».

Dal punto di vista professionale che esperienza è stata?
«Sicuramente il lavoro quotidiano è abbastanza diverso da quello che si fa qui: lì arrivano bambini malnutriti e feriti da arma da fuoco che qui in pronto soccorso non vedi mai. E poi ci sono tante patologie infettive che qua si vedono meno, o con caratteristiche diverse».

E per quanto riguarda le condizioni pratiche del lavoro?
«C’è una grande differenza, soprattutto sugli strumenti diagnostici. Anche se il centro in cui ho lavorato è molto avanzato con una radiologia di base, la possibilità di fare esami di laboratorio e una sala operatoria con possibilità di sterilizzare per interventi non differibili, parliamo soprattutto di chirurgia di guerra».

Sono tanti i medici pronti a partire per un’esperienza simile?
«Prima di partire non avevo capito quanto Msf sia una grandissima famiglia composta da varie figure professionali, una grossa fetta di operatori lavorano per far andare avanti la macchina e permettere ai sanitari di lavorare: si occupano di logistica, finanza, coordinamento. Alla fine i medici e gli infermieri che partono non sono poi così tanti. Un po’ anche perché in Italia è sempre più difficile prendere l’aspettativa e poi perché non sempre è una vita molto ambita. Puoi finire in missioni nei posti più sperduti per periodi di mesi».

Ma lei vorrebbe tornare?
«Sì, possibilmente non più in un teatro di guerra, ma in una situazione di crisi umanitaria. E mi interessa il progetto Ebola».

Si è mai sentito in pericolo mentre era in Congo?
«Benché sentissimo sparare e vedessimo continuamente le terribili violenze su uomini e donne, da operatore, non mi sono mai sentito realmente in pericolo. Ci sono stati momenti di maggior tensione, ma mi sono sempre sentito ben tutelato. E questo grazie all’ottimo lavoro che fa Msf sul tema della sicurezza, che non è mai una sicurezza armata, a cui l’ong è contraria, ma una sicurezza fondata sul rapporto con le realtà del territorio che accettano la presenza di un’entità neutrale. Nessuno ti potrà mai dire di stare tranquillo al 100 percento, naturalmente, ma la strategia di Msf è quella appunto di ridurre al massimo il rischio cercando di arrivare al massimo dell’assistenza».

Il che significa anche che nelle vostre cliniche entrano vittime ma anche carnefici…
«Questo è uno dei grandi principi di Msf che più apprezzo: l’imparzialità e il fatto di curare tutti. È l’unico modo per essere accettati dalla popolazione. Msf non prende le parti politiche di nessuno e offre assistenza sanitaria indiscriminata. Cerca di denunciare le atrocità che esistono con attività di policy, ma senza accusare qualcuno».

Ci racconta due episodi che sa che non dimenticherà di quell’esperienza?
«Il ricordo più bello è quando la popolazione locale venne a chiamarci mentre stavamo allestendo una clinica mobile in periferia. Una donna stava partorendo per strada. Siamo intervenuti, anche se per la verità è andato tutto bene e non abbiamo dovuto fare chissà cosa. Invece, il ricordo più terribile resterà lo sguardo di ragazzi di una ventina d’anni, poco più giovani di te, che vivono nella boscaglia, girano armati, sono stati arruolati nelle bande in conflitto quando erano appena ragazzini. I loro occhi sembrano vuoti».

Secondo lei, interventi come quelli di Msf servono anche a frenare la fuga da quei paesi?
«Questo non so proprio dirlo. Le condizioni di gran parte delle persone sono talmente estreme che non possono nemmeno pensare di tentare di andarsene. Sono in fuga perenne, si spostano sulla base delle recrudescenze delle violenze, vivono spesso in baracche nelle periferie».

Ci racconta anche cosa l’ha colpita di più della sua esperienza a Kios tra i profughi siriani?
«Che erano persone come noi che da un giorno all’altro si sono trovati costretti ad abbandonare la casa e la loro professione senza più un futuro a cui guardare. Ricordo un ortopedico, che passava le giornate in un container e che si era offerto di darmi una mano. Lì non erano tanto le condizioni fisiche di salute a essere gravi, ma più quelle psicologiche. Va anche detto che era un campo nato da poco e che molti problemi sanitari si aggravano con il perdurare di condizioni igieniche precarie».

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