Lavoro, tecnologia, lingue criptiche ma anche un tocco di leggerezza

Familie Floz

Familie Floz

Dopo lo spensierato ventennio berlusconiano, all’insegna di ristoranti pieni e finanza creativa, pare che stia tornando di moda il tema del lavoro. Anche i più timidi sembrano essersi accorti che questo paese soffre di un qualche problema d’occupazione: schiere di ragazzi sottopagati e privi di prospettive concrete di stabilità; caporalato e migranti schiavizzati; concentrazione del capitale nelle mani della più ignorante classe dirigente d’Europa. Ce n’è di che riempire quaderni gramsciani; ce n’è di che allestire interi spettacoli.

La classe operaia va in paradiso, nuova produzione di ERT a firma di Claudio Longhi, risponde esattamente a questa rinata domanda di riflessioni sul lavoro. Libero adattamento teatrale del classico girato da Elio Petri nel 1971, lo spettacolo è nato da un’idea di Lino Guanciale e la drammaturgia è stata curata da un narratore romano ormai piuttosto conosciuto al grande pubblico, Paolo di Paolo. In Romagna ci saranno due occasioni per vederlo – all’Alighieri di Ravenna (8-11 marzo) o all’Ermete Novelli di Rimini (13-15) – e per valutare se questa rilettura riesca a raggiungere i suoi intenti (parlare della scomparsa della classe operaia e riflettere sulla mancanza di un’ideologia che aiuti ad orientarsi nel presente) o se si risolva in un’esercizio attoriale per amanti del vintage.

Al ridotto del Masini di Faenza il 21 marzo, arriva il Macbettu di Alessandro Serra, che si è aggiudicato il premio Ubu 2017 come spettacolo dell’anno. La tragedia di Shakespeare tradotta in sardo e interpretata da soli uomini: sarebbe facile fare ironia preventiva sulla necessità di quest’opera, che cita Dioniso e le maschere di carnevale sarde, che accosta la Scozia alla Barbagia nel segno dell’atavismo e del visceralismo di una lingua criptica; non lo farò. Il premio Ubu vinto da Serra sembra stare lì proprio per questo, per scacciare snobismi intellettuali e prevenzioni, e per vincere il sospetto dei più critici.

Passando al teatro di narrazione, si segnala la presenza di Marco Paolini al Teatro della Regina di Cattolica (26 marzo) e al Bonci di Cesena (27-28), in scena con l’ultimo spettacolo Le avventure di Numero Primo. Scritto assieme al politico e allo scrittore veneto Gianfranco Bettin (deputato dei Verdi), questo lavoro di distacca notevolmente dal Paolini più conosciuto. Gli amanti degli Album o delle grandi “orazioni civili” potrebbero restare spiazzati. Siamo qui alle prese con il racconto di un futuro prossimo – o forse già arrivato senza che ce ne fossimo accorti: Numero Primo è un Nicola del futuro, un essere super intelligente un po’ Pinocchio, un po’ Gesù, probabile risultato di un’esperimento di intelligenza artificiale fuggito chissà come dai laboratori per trovare rifugio nella casa di un fotografo, Ettore Achille. La narrazione di Paolini è intarsiata di concetti e citazioni scientifiche, ma riesce a rimanere leggera, efficace – o almeno lo era nello studio preparatorio visto nell’ormai lontano 2015 a Faenza.

Chiudo questo Baedeker con una nota di leggerezza, per addolcire la convalescenza del lettore dal probabile shock delle elezioni: il 18 marzo al Diego Fabbri di Forlì arriva la celeberrima Familie Flöz, che non ha bisogno di grandi presentazioni. La “familie” berlinese, probabilmente la più importante compagnia di teatro del corpo europea, porterà le sue maschere e il suo teatro silenzioso a Forlì con uno dei suoi spettacoli più conosciuti, il “thriller” Hotel Paradiso.

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