La Premio Nobel Olga Tokarczuk torna con “I libri di Jakub”

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Si possono ancora scrivere romanzi ambiziosi? Romanzi mondo in cui si mescola storia, filosofia, mistica e una visione della vita? Sono pochi, pochissimi, ma qualcuno ancora c’è. È uscito I libri di Jakub (Bompiani) di Olga Tokarczuk, autrice polacca vincitrice del premio Nobel nel 2018.

Tokarczuk è un’autrice originale e potente, che il pubblico di Ravenna ha potuto conoscere nell’incontro di “ScrittuRa festival” alla Rocca Brancaleone un paio di anni fa, quando scese dalla Polonia a qui in auto, in un’Europa ancora mezza bloccata per il Covid, per parlarci di poesia, Dante, letteratura e fiamme dell’Inferno. I libri di Jakub (tradotto da Barbara Delfino e Ludmila Ryb) è un romanzo di oltre mille pagine ambientato tra la Polonia e l’Impero Ottomano del 1700, insomma non proprio una tematica pop. Racconta la vera storia di Jakub Frank un giovane ebreo di origini oscure che da un villaggio polacco parte alla volta di un mondo che vuole cambiare. Finirà per diventare un grande mistico e si autoproclamerà Messia.

Un romanzo epico in cui smarrirsi e ritrovarsi, un viaggio nel tempo e fuori dal tempo, come quello di Yente, la vecchia che incontriamo nelle prime pagine e che aleggia su tutta la storia, testimoniando ogni cosa dal luogo di presenza assente in cui si trova. Diviso in sette libri racconta moltissime storie che si intrecciano tra loro, parla di mistica ebraica, di Talmud, di esoterismo e dello scontro tra diverse visioni del mondo. In un panorama letterario formato di libri molto – troppo – simili tra loro, questo libro è qualcosa di completamente diverso. Si trova la potenza poetica della tradizione letteraria polacca (quella di Czesław Miłosz e di Wisława Szymborska), una visione eterodossa della religione (e quindi del senso dell’esistenza), e una scrittura cristallina. Dà tanti spunti su cui riflettere. Certo, è un libro, che richiede molto tempo per essere letto, ma è una montagna che vale la pena di scalare.

La storia che racconta è vera? Fino a che punto? La stessa autrice pare rispondere in una pagina del romanzo: «“È tutto vero?” gli chiese qualche anno dopo la bella e talentuosa pianista Maria Szymanowska, da nubile Wołowska, quando s’incontrarono in Germania. L’ormai anziano Julian Brinken, scrittore e ufficiale prima prussiano poi napoleonico e infine del Regno del Congresso, diede un’alzata di spalle: “È un romanzo, cara signora. Letteratura”. “E quindi cosa vorrebbe dire?” insistette la pianista. “È vero o no?” “In quanto artista, mi aspetterei che voi non pensaste come la gente comune. La letteratura è un genere di sapere particolare, è…” e mentre cercava le parole giuste d’un tratto gli uscì dalla bocca una frase pronta: “… la perfezione di forme imprecise”.

La “perfezione di forme imprecise” mi pare una bellissima definizione di cosa significhi scrivere.

 

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