Morphine – Cure for Pain (1993, Rykodisc)
C’è un disco che suona come una stanza buia alle tre di notte, con una sigaretta accesa (anche se non fumo) e una bottiglia quasi vuota sul comodino. Quel disco è Cure for Pain, il secondo album dei Morphine, pubblicato nel 1993 per la Rykodisc. Non somiglia a nient’altro di ciò che la scena rock americana produceva in quegli anni – niente distorsioni grunge, niente ironia post-moderna, niente spettacolo. Solo una voce, un basso e dei sassofoni che parlano tra di loro nell’ombra. Il trio di Boston – formato da Mark Sandman al basso a due corde (slide) e voce, Dana Colley ai sassofoni e Billy Conway alla batteria – aveva già sorpreso con Good (1992), ma qui tutto si distilla in qualcosa di irripetibile. Il suono è scarno, grezzo, ipnotico, niente chitarre, nessuna tastiera, nessun riempitivo. Solo il basso baritonale di Sandman, i sassofoni di Colley che si insinuano come fumo, e una batteria che respira piuttosto che battere. Un’architettura sonora che sfida ogni logica commerciale, eppure funziona con una naturalezza disarmante.
Mark Sandman era una figura fuori dal tempo. Classe 1952, aveva vissuto abbastanza – viaggi, perdite dolorosissime, lavori saltuari – da portare nelle sue canzoni una stanchezza autentica, mai affettata. La sua voce, un baritono pigro e seducente, non cantava le parole, le lasciava cadere, come se raccontare costasse fatica ma non raccontare costasse di più. Nelle sue liriche c’è una poesia da strada, fatta di notti insonni, donne che se ne vanno e una malinconia che non chiede né offre consolazione. Era schivo, poco incline alle pose da rockstar, convinto che la musica dovesse parlare da sola. In Cure for Pain questa estetica raggiunge il suo apice. Thursday scivola languida e triste; Buena è sensuale come il jazz più tardo; Mary Won’t You Call My Name è un lamento che avanza senza fretta; la title track è una ballata desolata di rara bellezza. Ogni canzone sembra costruita attorno a un vuoto – e quel vuoto è la cosa più eloquente. Sandman morì su un palco vicino a Roma nel luglio 1999, durante un concerto al quale, per fortuna, decisi di non andare all’ultimo. Un infarto, a 46 anni, dio buono. Ancora una volta, nella mia collezione di santini musicali, occorre mettere una croce terribile, inaccettabile, incomprensibile. Con lui finì una certa idea del rock come confessione sottovoce, come rimedio im- possibile al dolore che prometteva di curare. Cure for Pain resta lì, intatto. Non guarisce niente. Ma ti scalda nel modo giusto.



