sabato
06 Giugno 2026

C’è una radio messicana alla fine del sogno americano

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Wall of Voodoo – Call of the West (1982, IRS)
Pubblicato nel 1982, Call of the West dei Wall of Voodoo è uno di quei dischi difficili da collocare, e proprio per questo destinati a restare. Troppo strani per essere pienamente new wave, troppo ironici e sghembi per rientrare nel synth-pop americano dell’epoca, i Wall of Voodoo riuscirono a costruire un immaginario sonoro unico, un West americano deformato, periferico, attraversato da motel, deserti, insegne al neon e personaggi borderline. Il cuore di tutto era Stan Ridgway. Più che un cantante tradizionale, una voce narrante. Nasale, secca, quasi parlata, capace di evocare atmosfere cinematografiche con poche inflessioni. Ridgway cantava come se stesse raccontando storie seduto al bancone di un diner perso nel nulla, e senza quella presenza i Wall of Voodoo non sarebbero mai diventati ciò che sono stati. Musicalmente, l’album è un equilibrio stranissimo e affascinante. Le tastiere e le drum-machine richiamano la new wave dei primi anni Ottanta, ma sotto c’è qualcosa di più sporco e inquieto. I Wall of Voodoo usano l’elettronica non per creare eleganza futurista, come facevano molti gruppi europei del periodo, ma per raccontare un’America consumata e alienata. È musica che sembra arrivare da una radio accesa nel mezzo del deserto. E Mexican Radio, il loro brano più celebre, sintetizza perfettamente questa estetica. Il riff ossessivo, il ritmo meccanico e la voce di Ridgway costruiscono un pezzo che è insieme parodia e fotografia culturale. Dietro l’apparente leggerezza del brano si nasconde infatti una sottile sensazione di straniamento, il confine tra ironia e malinconia resta continuamente sfocato.

Ma Call of the West non vive solo del suo singolo più famoso. Brani come Lost Weekend e Factory mostrano il lato più narrativo della band, quasi da colonna sonora immaginaria di un film indipendente mai girato. C’è sempre una tensione sotterranea, una sensazione di dislocamento che rende il disco incredibilmente moderno ancora oggi. La grandezza di Ridgway stava proprio qui, nella capacità di trasformare canzoni oblique in piccoli racconti. Non aveva la teatralità di David Byrne né il romanticismo decadente di certi vocalist post-punk. Era più asciutto, più dimesso, ma proprio per questo credibile. La sua voce dava ai Wall of Voodoo un’identità immediatamente riconoscibile. Riascoltato oggi, Call of the West appare come un disco fuori dal tempo, sospeso tra satira, fantascienza suburbana e road movie americano. Un album che non ha mai davvero trovato eredi diretti, forse perché nessuno è riuscito a ricreare quell’equilibrio così fragile tra ironia, inquietudine e deserto.

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