Tindersticks – Tindersticks (This Way Up, 1993)
Mi piacerebbe dire due robe su uno dei mie dischi preferiti di tutti i tempi, che, vabbè, alla fine sono un bel po’ però questo lo è un po’ di più, ecco. Pubblicato nel 1993, Tindersticks è il debutto di una delle band più singolari emerse dal rock britannico di quegli anni. In un periodo dominato dall’esplosione del britpop, i Tindersticks scelgono una strada completamente diversa, no energia adolescenziale, no chitarre trionfanti, niente ricerca del ritornello facile. La loro musica è lenta, malinconica, notturna, costruita su archi, pianoforti, chitarre e fiati che sembrano provenire da una colonna sonora perduta.
La band nasce a Nottingham dalle ceneri degli Asphalt Ribbons, attorno a Stuart Staples, David Boulter e Dickon Hinchliffe. Già in questo primo album il gruppo possiede un’identità sorprendentemente definita, sospesa tra rock, soul, folk e suggestioni da cinema noir. Ma il vero fulcro del disco è la voce di Staples. Difficile trovare un cantante britannico di quel periodo con un timbro altrettanto riconoscibile. Profondo, roco, quasi sempre trattenuto, la voce di Staples sembra arrivare da una stanza buia, da qualcuno che racconta una storia dopo averne conosciuto personalmente il finale. Non è una voce tecnicamente spettacolare e non ne ha bisogno, la sua forza sta nelle imperfezioni, nelle pause, in quel modo di trascinare le parole come se pronunciarle costasse fatica. In City Sickness, uno degli episodi più celebri del disco, Staples trasforma il disagio urbano in una sorta di confessione esistenziale, The Not Knowing è ancora più rarefatta, mentre Marbles porta all’estremo la capacità di costruire tensione senza ricorrere a esplosioni sonore.
I Tindersticks preferiscono suggerire piuttosto che dichiarare, lasciando che siano gli arrangiamenti a completare ciò che la voce non dice. Ed è così che emerge l’altra qualità del disco, la dimensione cinematografica. Gli archi e i fiati, le chitarre e il pianoforte creano paesaggi sonori che sembrano accompagnare immagini invisibili di strade deserte, locali semivuoti, amori finiti male, personaggi che continuano a vivere dopo che la storia è terminata. Tindersticks è un esordio già pienamente consapevole della propria identità. Ma, più di ogni altra cosa, è il disco che presenta al mondo Stuart Staples, una voce clamorosa, capace di trasformare solitudine e rimpianto in infuocata materia musicale. Non è un album da ascoltare distrattamente, chiede possibilmente un po’ di tempo. In cambio però offre qualcosa di raro, la sensazione che anche la tristezza, se raccontata con sufficiente sincerità, possa diventare bellissima.



