L’antifascismo in salsa post-punk degli Havah

havahSono forse i dischi più difficili da recensire, quelli come Contravveleno degli Havah del forlivese Michele Camorani (già batterista di gruppi di culto in ambito post-hardcore come La Quiete e Raein). Difficile perché, paradossalmente, così facile da catalogare, fin da un primo ascolto distratto. Post-punk e new wave in primis (e potrebbero bastare), a cui aggiungere per gli addetti ai lavori le parole dark, lo-fi e shitgaze. Con riferimenti espliciti che vanno dai Diaframma di “Siberia” ai Bauhaus, dai Joy Division a certi Cccp fino ad arrivare agli Smiths in alcuni momenti meno rumorosi. Riferimenti banali ma inevitabili, per un disco come da previsioni claustrofobico, cupo, ossessivo, dalle classiche ambientazioni in bianco e nero (come la copertina). Tutto questo è per forza di cose il limite più grosso dell’album, insito quindi nella sua stessa natura, essendo un disco uscito nel 2017 che sarebbe potuto uscire identico trent’anni fa. Probabilmente sarebbe oggi ricordato pure come un  piccolo capolavoro, il “Contravveleno” del 1987. E dopo alcuni ascolti ad alto volume in cuffia, dimenticandoci di tutto il resto, potrebbe sembrarlo pure oggi. Sono i dettagli, in questi casi, che fanno la differenza. Come l’apertura melodica di “Ogni Volta”, i synth (per la prima volta in carriera, a quanto pare, in questo che è il terzo disco degli Havah) di “Problemi elementari”, la cura del suono a cui si sono dedicati Franco Naddei (citato anche il mese scorso per il lavoro sul nuovo Giacomo Toni) e Maurizio ‘Icio’ Baggio (già con Ema e Soft Moon), i toni bassissimi e asettici della voce di Camorani, con quel leggero accento romagnolo che dà un tocco esotico al tutto. E per finire i testi e lo studio che c’è dietro, frutto di racconti e testimonianze di partigiani (in particolare Nullo Mazzesi) dalla Seconda Guerra Mondiale, tra Ravenna e Forlì. Un lavoro (uscito lo scorso 15 settembre per la bolognese Maple Death Records) che si potrebbe rischiare di sottovalutare e che giustamente è stato invece anche “Album of the Week” nella rivista di culto americana Stereogum, nonostante l’italiano.

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