Bassa risoluzione, la chiave di Mantellini per leggere la contemporaneità

Bassa Risoluzione Massimo Mantellini E1518680373731di Federica Angelini

È come se riuscisse a unire i puntini sparsi per trovare finalmente un filo logico, un minimo comune denominatore alla realtà che sta cambiando intorno a noi, e non sempre per il meglio, ma nemmeno necessariamente per il peggio. Spesso, sta semplicemente cambiando come non ci saremmo mai aspettati e questa imprevedibilità rende il puzzle ancora più difficile da ricomporre. Il forlivese Massimo Mantellini, invece, ci riesce con grazia e leggerezza calviniana (che come lui stesso ci ricorda è fatta di precisione ed è l’opposto della superficialità) in un libretto di 130 pagine pubblicato da Einaudi in cui il titolo è la chiave interpretativa della contemporaneità: Bassa risoluzione.

E se il riferimento ovviamente esplicito e non casuale è all’evoluzione tecnologica che ci – Mantellini usa sempre il noi, non si chiama mai fuori, non giudica mai con il dito alzato e fare moralista, pur quando mette in evidenza rischi e pericoli – accompagna e ci ha offerto un numero vastissimo di possibilità, tra cui noi ne abbiamo però scelte alcune, quelle good enough, in un compromesso spesso al ribasso dal punto di vista qualitativo ma sufficiente e che ha dato vita all’inaspettato. Basti pensare alla qualità delle riproduzioni musicali, a quella delle foto che scattiamo e condividiamo, al calo di vendite dei pc a favore di tablet, perché è passato il mobile first (una delle scelte più deprimenti, dice l’autore che da anni si occupa di internet e tecnologia su carta e in rete per varie testate). Ma accanto a questo c’è una bassa risoluzione che sembra accompagnare ogni aspetto della nostra vita, ne sono esempi gli street artist come Banksy di cui oggi per Londra restano poche opere, ma restano le foto scattate con i cellulari e poi condivise di quelle opere in una sorta di altrove che è oggi internet, che può essere non luogo per eccellenza che forse Augé non aveva previsto.

La bassa risoluzione riguarda sicuramente il giornalismo dove il giudizio di Mantellini è drastico: i giornali di carta non vendono più (ma l’autore sembra rammaricarsene il giusto, visto il giudizio drastico dato comunque della loro qualità), le persone al massimo leggono free press e nei siti internet per cercare i clic nei “boxini” laterali sugli squali o i gattini che hanno di fatto invaso ogni spazio in una spirale molto italiana e senza apparente via di uscita. Analfabetismo funzionale, comunicazione politica secondo lo schema di un duello di scherma (in guardia-attacco-parata-contrattacco) alimentata dalla “vaporosità” della comunicazione in rete, ma anche la post-verità e i voli low cost. Tutto, o tantissimo, può essere letto come una scelta magari inconsapevole e di comodo di fronte a una gamma di opzioni sempre più vasta che ha aperto anche soluzioni inaspettate, come accade con gli sms nel secolo scorso, successo non calcolato da chi li aveva inventati.

Ed ecco allora che Mantellini sceglie una metafora efficacissima quella della pratica giapponese kintsugi, ossia l’uso di riparare con l’oro le crepe di un vaso di ceramica che si fosse rotto. In questo modo il risultato era ogni volta diverso, bellissimo, ma imprevedibile. Così sono andate certe evoluzioni tecnologiche e non solo. Perché la bassa risoluzione di oggi è figlia di un’altra bassa risoluzione, precedente la tecnologia, che l’autore ci fa solo scorgere ma che non ci è difficile da individuare, se ci fermiamo a riflettere.
Un testo che sta tra la sociologia, la società dei consumi, l’antropologia e che forse può dirci anche qualcosa di psicologia. Utile per capire dove siamo, da dove veniamo e magari dove stiamo andando, più o meno consapevolmente.

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