La bicicletta come libertà in un autore da riscoprire: Oriani

Alfredo Orianidi Matteo Cavezzali

Ci sono autori che per decenni rappresentano la summa culturale di un paese, vengono citati e ripresi a ogni occasione, poi improvvisamente cadono nell’oblio. Uno di questi è Alfredo Oriani, scrittore e intellettuale di grande rilievo nella letteratura di inizio ‘900, faentino di nascita.
Ci sono ancora in Romagna molte strade dedicate a lui, il liceo di Ravenna (scientifico perché il classico spettava a Dante), la biblioteca di Storia Contemporanea, la sua casa a Casola Valsenio (Il Cardello), dove morì nel 1909. In pochi però leggono ancora i suoi scritti che furono innovativi e carichi di vitalità fin dagli esordi.

Già dai titoli si può desumere che fosse un soggetto originale: Memorie inutili è l’esordio scritto da ventenne, poi seguirono Monotonie, Gramigne, No. Poi si dedicò a testi politici, e al racconto della gretta vita di provincia, che esclude le persone dal “vivere in grande” in opere come La disfatta (1896); Vortice (1899) e Olocausto (1902). Nelle case degli intellettuali fino agli anni ’60 non poteva mancare l’opera omnia dell’Oriani.

Per l’occasione vi parlerò però di un’opera minore, ma molto interessante, che Oriani dedicò a un mezzo di locomozione “futuristico” per i suoi tempi, e che cambiò il modo di muoversi: la bicicletta. La bicicletta, pubblicato da Zanichelli nel 1902 (poi ristampato da Laterza mentre oggi si può trovare nelle edizioni Otto/Novecento), era un atto d’amore dedicato a questo mezzo che dà la libertà di coprire distanze abbastanza lunghe in tempi relativamente brevi. Nelle sue pagine si intrecciano racconti biografici, descrizioni di paesaggi romagnoli a paragrafi quasi tecnici.

La Bicicletta OrianiQuando le prime biciclette si diffusero non erano molto amate dalla borghesia. Basti pensare che il medico Cesare Lombroso scrisse un saggio per dimostrare che la bici era un mezzo nato per «anarchici, sovversivi e ladri» ovvero chi compiva una malefatta e doveva fuggire velocemente. Alcuni intellettuali invece se ne innamorarono e ne scrissero pagine memorabili, tra questi Olindo Guerrini, con la sua ironia, e appunto Alfredo Oriani. Quando il sindaco di Faenza fece un provvedimento in cui vietava l’ingresso in città di questi pericolosi mezzi di trasporto, che chiamava “cavalli di ferro”, ad aprire il corteo di protesta fu proprio Oriani.

«Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione, andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno. La bicicletta siamo ancora noi, che vinciamo lo spazio ed il tempo; stiamo in bilico e quindi nella indecisione di un giuoco colla tranquilla sicurezza di vincere; siamo soli senza nemmeno il contatto colla terra, che le nostre ruote sfiorano appena, quasi in balia del vento, contro il quale lottiamo come un uccello. […] Domani la carrozzella automobile ci permetterà viaggi più rapidi e più lunghi, ma non saremo più né così liberi né così soli: la carrozzella non potrà identificarsi con noi come la bicicletta, non saranno le nostre gambe che muovono gli stantuffi, non sarà il nostro soffio che la spinge nelle salite».

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