“Overload” di Teatro Sotterraneo, sul filo dell’ironia la catastrofe dell’attenzione che ci aliena la vita

Overload Teatro Sotterraneo

Una scena di “Overload” (foto Filipe Ferreira)

Quand’è stata l’ultima volta che avete portato a termine un lavoro senza essere interrotti da un messaggio o da una notifica? Ecco. Si chiama information overload, in italiano “sovraccarico cognitivo”, e si verifica quando, per eccesso di informazione, un individuo non riesce a focalizzare l’attenzione e a compiere scelte ponderate. Non è ancora una sindrome ufficialmente riconosciuta, ma si può scommettere che non passerà molto tempo prima che venga inserita nel famoso manuale DSM.

Notifiche, email, avvisi, messaggi, pop-up sono fra le interruzioni più comuni sperimentate da un utente delle Rete. Questi segnali sono studiati ad arte per attirare la nostra attenzione. È difficilissimo resistervi – gli algoritmi selezionano retroattivamente i contenuti a noi più affini – e di conseguenza è diventato sempre più arduo mantenere per lungo tempo l’attenzione su un solo oggetto.

Il rischio insito in questa nuova modalità di fruizione dei contenuti, che rimbalza da un link all’altro, da un ipertesto al successivo, è quello di disabituare il nostro cervello alla lettura lineare e all’argomentazione logica, faticosamente conquistate nei secoli grazie all’alfabetizzazione.

Chi ha letto il fortunato libro di Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi?, conosce già quali sono i campanelli d’allarme a cui buona parte dell’intelligencija americana sta suonando ormai da un lustro. Stiamo perdendo l’attenzione («la forma più pura della generosità», secondo Simone Weil), siamo distratti cronici, attraversiamo le informazioni senza trattenere più nulla, andato dritti verso la catastrofe planetaria.

Quello che più mi ha convinto dello spettacolo Overload della compagnia fiorentina Teatro Sotterraneo, fresco fresco del più importante premio Ubu della scorsa stagione, è stata la capacità di affrontare questo tema (molto arduo da maneggiare, non solo dal punto di vista della resa scenica, ma soprattutto per un pubblico, quello italiano, cronicamente a digiuno di nozioni scientifiche) senza pregiudizi.

Non si rimasticano sulla scena farraginosi concetti tecnici o sociologici, non si presentano tesi date per scontate, non si minaccia il pubblico col fantasma dell’apocalisse informativa imminente (viviamo in tempi ossessionati dal millenarismo). Semplicemente – ma questo è un “semplicemente” che cela un lavoro di fino scenico e drammaturgico notevolissimo – si mostra al pubblico il problema, lo si rende visibile con ironia, e si lascia all’individuo l’onere del giudizio.

Il filo perennemente spezzato dello spettacolo ruota attorno alla biografia di David Foster Wallace, autore che aveva ben presente le nevrosi occidentali e che ha fatto dell’interruzione della lettura attraverso le note a piè di pagina il suo marchio di fabbrica.

Wallace si presenta, comincia a raccontare il celebre incipit del suo This is water, ma al pubblico viene subito detto che avrà la facoltà di interrompere lo scrittore alla comparsa sulla scena del simbolo dell’ipertesto, che attiverà “contenuti nascosti”. Basterà che un solo spettatore si alzi in piedi per far deragliare lo spettacolo verso contenuti sconosciuti e assolutamente estranei allo sviluppo narrativo.

In una sorta di esperimento consapevole, il “sovraccarico scenico” è deciso dal pubblico stesso, che vede tradotti sulla scena gli effetti di una distrazione cronica. Il filo del discorso di Wallace è perennemente interrotto da incursioni esterne fra il kitsch e il demenziale. Cito in ordine sparso: un oplita spartano, una coppia di tenniste/pornostar, un uomo-pesce rosso “prodotto di esperimenti genetici”, black bloc, due galli da combattimento, gangsta rapper, giocatori di football americano pronti a placcare il povero scrittore, un pescatore dall’impermeabile giallo.

Eccola, icasticamente rappresentata da Teatro Sotterraneo, la girandola carnevalesca dell’idiozia del Web, quei contenuti ironici e demenziali che ci impediscono di seguire con la dovuta attenzione le parole profonde di Wallace – che dal canto suo, però sembra già avere capito tutto. «L’ironia può solo mostrare il problema, ma non può darci la soluzione», spiega Wallace. Per trovare una soluzione ai nostri problemi ci vuole serietà, insopportabile e puerile serietà, accompagnata da passione, sincerità, convinzione. Tutte cose che, è inutile nasconderlo, ci mettono a disagio e preferiamo non mostrare.

Così è solo all’interno di quest’ottica che capiamo per quale motivo uno spettacolo che corre sul filo dell’ironia fin dalle prime scene, si chiuda con l’ominoso e riuscitissimo racconto di un incidente mortale, doppio scenico del suicidio di Wallace. La disattenzione cognitiva viene traslata sul piano tragico, fisicissimo, di una macchina che precipita dall’autostrada per una distrazione della guidatrice.

Possiamo ridere e distrarci quanto vogliamo, ma la vita riaffiora sempre, con tutta la sua dolorosa urgenza. Riaffiora da quell’acqua che avevamo dimenticato, proprio come i pesci del discorso di Wallace: l’acqua di ciò che è veramente essenziale e a cui vale davvero la pena donare la nostra attenzione.

Overload
concept e regia Teatro Sotterraneo
in scena Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini
scrittura Daniele Villa

coproduzione Teatro Nacional D. Maria II nell’ambito di APAP – Performing Europe 2020, Programma Europa Creativa dell’Unione Europea

Visto al teatro degli Atti il 22 febbraio 2019

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