La legge di Ogburn e con “Tecno Filò” la narrazione di Paolini arranca stantia e di seconda mano

Marco Paolini Tecno FilòLa divulgazione è una faccenda complessa. Rimani in superficie: sei banale. Vai in profondità: sei inaccessibile. Racconta le cose come stanno: sei noioso. Edulcora la storia: sei inesatto.

Occorre esercitarsi a lungo per trovare il giusto equilibrio e riuscire ad accontentare sia gli esperti che i neofiti. Quando ciò succede – ed è raro – le opere prodotte finiscono per segnare profondamente lo stato dell’arte di una certa disciplina. Pensiamo a Gombrich, alla sua The Story of Art; o a Russell e alla sua indimenticabile History of Western Philosophy. E pensiamo anche all’ottimo successo di mercato dei volumi di Sacks, di Dawkins, Jay Gould, Rovelli, Harari.

Cosa serve per scrivere opere del genere? Una vastissima conoscenza del proprio ambito di studio; una grande predisposizione alla sintesi; la capacità di spaziare in più campi, attingendo esempi e metafore da discipline diverse. Cosa manca a Paolini? Il primo requisito.

Così, durante le quasi due ore di monologo, Tecno Filò svela la sua natura derivativa. Le conoscenze di Paolini sono spesso di seconda mano, alcune già vecchie di 30-20 anni – periodo che in ambito tecnologico corrisponde a un’era geologica. Gli esempi fatti, almeno per chi abbia un minimo di dimestichezza con le materie, suonano stantii (la storia della tastiera Qwerty; la spiegazione del DNA e del genoma; la contrapposizione fra carbonio e silicio).

Ad alcune storie ben riuscite (quella che apre lo spettacolo, dedicata all’importanza del “solco” – path dependence – per lo sviluppo della tecnologia; quella del direttore del MIT Joi Hito; la storia sull’origine degli hackers) si alternano gag meno efficaci (i rari scambi in veneto fra zia Timina e zia Adenina, che Paolini ha dovuto leggere; l’esperimento mentale degli antenati).

A volte si cade dell’aperta banalità, con battute che stonano singolarmente con la caratura di Paolini (la storia dell’aggiornamento dello smartphone o del frigo intelligente sono pezzi da varietà in prima serata, non da apertura della Stagione dei Teatri) o con conclusioni moraleggianti talmente povere da risultare ridicole («non si può buttare via il male di Internet senza estirpare anche il bene»; «il nostro buon senso deve essere il coraggio»).

Se le cose non vanno bene sul piano contenutistico, vanno peggio su quello formale. Lo spettacolo è un groviglio di fili che non trovano una trama sulla quale disporsi. I temi si rincorrono un po’ alla rinfusa – da internet al DNA, dai telefonini al Tamagotchi, dall’evoluzione alla modellistica – senza che alla fine emerga un quadro ordinato. Scelta artistica, probabilmente, per non appesantire la fruizione. Ma usciti dalla sala si ha la sensazione di avere assistito a uno di quei corsi intensivi di recupero, del tipo “due anni in uno”. Con l’aggravante della noia.

Perché, ciò che davvero mi ha stupito, è stata la grande mancanza di verve in questo non-spettacolo. Abituato ai ritmi narrativi di Paolini, al suo incedere sicuro e perfetto, alla sua sapiente gestione dei vuoti e dei pieni, vederlo arrancare sul palco dell’Alighieri in questo racconto monocorde mi è dispiaciuto molto. Infastidisce invece l’approssimazione: che un autore del suo calibro abbia bisogno di una scaletta per arrivare in fondo alle due ore è francamente inspiegabile.

In un momento di Tecno Filò Paolini spiega il concetto di culture lag, introdotto dal sociologo americano William Fielding Ogburn: di fronte alle rapide innovazioni della tecnologia, la cultura umana è destinata a rimanere indietro. Da questo iato emergono i problemi di adattamento culturale che l’uomo deve affrontare per riprendere il controllo sulle tecnologie.

La sensazione è proprio quella che la “legge di Ogburn” sia all’opera in questo spettacolo, nel quale le forme teatrali non riescono ad adattarsi al materiale trattato, rimanendo indietro. Forse questo ritardo è dovuto anche al pubblico di riferimento di Tecno Filò, che si svela nelle parti dello spettacolo dedicate al tema dell’educazione. Quello, grosso modo, della generazione di Paolini: sulla sessantina, mediamente politicizzato, gran divoratore di romanzi ma totalmente disavvezzo ai saggi scientifici o specialistici. Insomma, il prodotto coerente e innocente di una cultura, quella italiana, ferocemente anti-scientifica.

L’esistenza di Tecno Filò è giustificata per questo pubblico, che potrebbe anche essere l’azionista di maggioranza del teatro italiano; per gli altri, un po’ meno.

 

Tecno Filò

di e con Marco Paolini

produzione Michela Signori per Jolefilm

Visto all’Alighieri il 29 ottobre 2018

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