“Va pensiero”: il teatro-romanzo di Martinelli fra chiaroscuri

©Silvia Lelli Va Pensiero 211117 1207E così anche Ravenna ha avuto la sua prima. Il 7 dicembre ha debuttato all’Alighieri Va pensiero, il nuovo, ambizioso lavoro del Teatro delle Albe. Un affresco drammaturgico di tre ore, firmato da Marco Martinelli, che affronta il tema – delicatissimo – delle mafie in Emilia-Romagna e che vede in scena quasi 40 persone, fra coro verdiano e attori.

Se c’è una cosa che anche il detrattore più feroce non può non riconoscere alle Albe è il loro coraggio di mettersi alla prova, raro nel panorama teatrale italiano. Basta considerare le loro ultime produzioni per rendersi conto di quanto l’asticella si sia alzata ogni volta un po’ di più. Pantani mescolava ricostruzione giornalistica e pathos scenico, nel tentativo di rileggere la storia di una figura sportiva passata in un attimo dal divismo alla maledizione; Eresia della felicità raccoglieva in un coro itinerante di adolescenti l’eredità di Majakovskij, il suo disperato grido di felicità; Rumore di acque trasfigurava in altissima poesia la tragedia dei migranti in mare; Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi sfidava la cronaca politica cercando di trasformarla in epos.

Questo Va pensiero non fa eccezione. La posta in gioco – raccontare il radicamento delle mafie nella nostra regione scampando al doppio pericolo del cronachismo e del moralismo – è ardua. Il punto di partenza, apparentemente, è umile: si tratta di raccontare la storia, ispirata a vicende realmente accadute, di un semplice vigile urbano, licenziato dal suo sindaco corrotto per aver denunciato la presenza di economie mafiose in un placido paesino della campagna emiliano-romagnola.

Ma se lo spunto drammaturgico è semplice, il suo sviluppo è tutt’altro che scontato. Come si legge nella presentazione dello spettacolo, il testo di Martinelli ha l’ambizione di seguire le orme dei grandi narratori ottocenteschi, Charles Dickens ante omnia. Si spiegano così i grandi pregi di questo testo: coralità, polifonia, realismo, attenzione psicologica, sapiente orchestrazione dell’architettura dell’intreccio. Troppo spesso, ammaliati dallo specchietto del cosiddetto “sperimentalismo”, dimentichiamo che teatro è prima di tutto questo: racconto, specchio in cui vedersi e riconoscersi, lente sul presente. Merito delle Albe non averlo mai scordato.

Meraviglia la grande capacità di Martinelli di tenere le redini di tante storie diverse, di saperle coordinare sulla scena senza che l’una prevalga sull’altra, in una sostanziale parità di dignità narrativa e senza suscitare noia. Meraviglia perché – almeno per quanto riguarda il sottoscritto – ancora non si era avuto il piacere di apprezzare le qualità “romanzesche” della sua scrittura. Lasceremo al lettore la gioia di fruire della storia a teatro, risparmiandogli il calvario di una sinossi tanto lunga quanto inutile.

Questa ambizione narrativa modula il ritmo dello spettacolo e l’interpretazione degli attori: i tempi sono dilatati, si rendono necessarie alcune scene di raccordo che, inevitabilmente, bisognano di un fluire più lento. In breve: il testo, in Va pensiero, è il perno su cui ruota ogni altra cosa.

A fronte di una struttura poderosa e di quadri di indubbia bellezza poetica – di cui parleremo più avanti – ci sono tuttavia alcuni cali di tensione, forse fisiologici per un lavoro di tale portata. Il testo, a volte, indulge in pun e gag un po’ scontati (“ministra-minestra”, “falli”, “affari per le mani”, la scenetta del cartello storto); alcuni passi risentono di un certo lucarellismo e prendono a prestito qualche formula da serie televisive (“se fosse una fiaba inizierebbe così”, “il polso ti dice vaffanculo”, “bisognerà ungere le persone giuste”). Il linguaggio, accanto a veri vertici poetici, ospita qualche espressione venata da una certa retorica (“milioni di umili braccia”, “la schiena che si spezza”, “una nuvola nuota nel cielo a forma di delfino”, “in quella fetta di terra che ci ha messo al mondo dove un tempo anche i cani avevano un’anima”), e qualche stereotipo (i napoletani che si lamentano della nebbia).

Pur non essendo la lunghezza un problema per la fruizione di Va pensiero (spesso chi si lamenta di tre ore a teatro è prontissimo a buttarne via decine guardando serie tv di dubbio valore), si ha tuttavia l’impressione che alcune scene potrebbero essere asciugate con un qualche beneficio per il ritmo complessivo. Penso al “Coro delle lacrime” che, per quanto esteticamente molto bello, non aggiunge pressoché nulla alla complessità della trama, e almeno ad una delle due uscite del simpatico Olmo Tassinari-Gianni Parmiani.

Altre scene, al contrario, confermano quella visionarietà semplice e profonda a cui Martinelli ci ha abituato in questi anni. Le scene oniriche sono tutte riuscitissime; ma sopra ogni altra cosa penso allo splendido monologo “Le tavole della legge”, nel quale un’Ermanna-Zarina, finalmente sola sul palco, sprigiona tutto il suo potenziale. Una provocazione lanciata alla platea, che si trova a riflettere sulla corruzione e sulla tentazione (“perché no?”), sulla fragilità dei nostri imperativi morali a fronte delle più basse pulsioni edonistiche e sulla pervasività di queste debolezze, incuranti della geografia. Cuore concettuale di Va pensiero, il monologo è stato meritatamente coronato da un applauso dalla platea durante la prima.

«Siamo orribilmente soli su questa terra, divorati da una rabbia sorda, una belva che non si sa come domare», riflette la sindaca alla fine del suo monologo. Una frase magnifica, che schiude in poche parole la psicologia complessa di questo personaggio: cattivo suo malgrado, consumato da un disprezzo per il mondo e le altre persone, attraversata da rigurgiti di schifo, traduzione esteriore della sua incurabile solitudine, della sua debolezza, della sua sottomissione intellettuale al padre.

Bello ritrovare finalmente un personaggio capace di valorizzare anche la parte “oscura” di Ermanna Montanari, fatti di scoppi dialettici, di cattiverie gratuite, di risposte ciniche e taglienti, dopo le “prove di bontà” come quella di Aung San Suu Kyi che, francamente, ci avevano convinto di meno. Esilaranti le scene a due con Edgardo Siroli-Roberto Magnani (uno dei migliori sul palco) sulla preparazione della festa di paese pseudo-felliniana, o lo scambio ferocissimo con Stefania Sacchi-Mirella Mastronardi sui termini “sfizioso” e “addolorata”. È proprio Magnani a dare vita ad uno dei personaggi più credibili di questo spettacolo, il capo ufficio stampa: puttaniere, ignorante e corrotto, come ogni cattivo fallito è volgare ma amabile, pezzente ma umanissimo.

Colpiscono e straniano gli attori “interni” delle Albe (Argnani, Renda, Redaelli) per il grande sforzo di naturalismo che hanno messo nella recitazione – se per naturalismo intendiamo l’abbandono di certi tic attoriali a cui ci avevano abituato negli ultimi spettacoli. L’interpretazione di Alessandro Argnani, che lascia sì trasparire la commuovente e integerrima ingenuità di Vincenzo Benedetti, manca forse di incisività.

Ottime inoltre le interpretazioni degli “esterni” alla compagnia. Penso soprattutto a Ernesto Orrico-Antonio Dragone, l’anima nera di Va pensiero, volgare ‘ndranghetista di provincia, che riesce a convincere senza mai cadere nel macchiettismo alla Gomorra, a cui siamo oramai anestetizzati. A lui è affidata una delle battute più belle dello spettacolo (“U munnu è nu cess”), e un’uscita di scena amarissima, perché impunita. Tonia Garante e Salvatore Caruso sono un’ottima coppia comica meridionale, messa a contraltare di Orrico, divertenti e mai sopra le righe.

Celato dietro una “palpebra” scenografica magnifica (come magnifiche sono la scenografia e il disegno luci), per tutta la durata dello spettacolo sta il coro verdiano: una presenza spesso appena accennata, che si svela nel contrappunto musicale alla storia. Interviene nel vivo della trama una sola volta, all’inizio del secondo atto, e allo scioglimento – quando, eseguendo la famosa aria del Nabucco, avanza speranzoso verso il pubblico in una reminiscenza ultra-ottocentesca de Il quarto stato. Forse non avrebbe guastato infittire la relazione fra coro e trama, magari anche inserendo qualche momento lirico in più.

Va pensiero è uno spettacolo complesso, che dimostra tutta l’abilità narrativa di Martinelli. Per quanto forse non al livello di altri lavori delle Albe, e non esente da certe problematiche (forse evidenziate dalla tensione del debutto), questo lavoro riesce a raccontare con grazia e profondità, evitando semplificazioni eccessive, un male che riguarda tutti. Insomma, spettatore: de te fabula narratur.

 

Va pensiero

di Marco Martinelli
ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

in scena Ermanna Montanari, Alessandro Argnani, Salvatore Caruso, Tonia Garante, Roberto Magnani, Mirella Mastronardi, Ernesto Orrico, Gianni Parmiani, Laura Redaelli, Alessandro Renda

con la partecipazione del Coro lirico Alessandro Bonci di Cesena nell’esecuzione di alcuni brani dalle opere di Giuseppe Verdi soprani Cinzia Barducco, Ilaria Capelli, Maria Loria, Tiziana Lugaresi, Bianca Padurean, Sabrina Rossi, Deborah Salvi contralti Livia Arginelli, Gabriella Fiumana, Valeria Intrusi, Raffaella Molari, Carla Righi, Silvia Sintini tenori Daniele Ambrosini, Renato Bartolini, Salvatore Campus, Vilmer Castorri, Ermico Diavino, Gaspare Giovannini, Giuseppe Magnani, Valter Salvi, Pietro Terranova bassi Corrado De Cesari, Marcantonio Pistoresi, Andriy Schchrbyna solista Francesca Castorri maestro collaboratore Ilaria Ceccarelli
arrangiamento e adattamenti musicali, accompagnatore e maestro del coro Stefano Nanni

incursioni sceniche Fagio, Luca Pagliano
scene Edoardo Sanchi
costumi Giada Masi
disegno luci Fabio Sajiz
musiche originali Marco Olivieri
suono Marco Olivieri, Fagio
consulenza musicale Gerardo Guccini
editing video Alessandro Renda
assistente alle scene Carla Conti Guglia
tecnico luci Luca Pagliano
macchinista Danilo Maniscalco
elementi di scena realizzati dalla squadra tecnica del Teatro delle Albe Alessandro Bonoli, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Dennis Masotti
direzione tecnica Fagio
sartoria Laura Graziani Alta Moda
capi vintage A.N.G.E.L.O.
fotografie dello spettacolo Silvia Lelli
ufficio stampa Rosalba Ruggeri, Alessandro Fogli, Silvia Pacciarini
organizzazione e promozione Silvia Pagliano, Francesca Venturi

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro delle Albe / Ravenna Teatro

Visto al Teatro Alighieri il 7 dicembre 2017

 

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