Il “Purgatorio” del Teatro delle Albe, “scuola” e liturgia collettiva della salvezza

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“Purgatorio” (Ravenna, foto Silvia Lelli)

Come giudicare questo Purgatorio? La chiamata pubblica di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, fin dall’Inferno, pone il critico in una posizione particolarmente scomoda – ed è importante analizzare questa scomodità, perché ci mostra a rovescio i caratteri fondamentali della loro opera.

Davanti a questa “cattedrale umana”, come la definiscono i loro architetti, gli strumenti della critica vengono come smussati. Non si può dissezionare analiticamente questo rito collettivo come si fa con uno spettacolo “normale”. Come già l’Inferno, il Purgatorio si presenta in questa veste rituale: è un percorso da compiere assieme agli attori, un cammino iniziatico e al tempo stesso democratico, un paradossale mistero d’Eleusi fatto di parole e accessibile a tutti – perché proprio questi “tutti” sono (siamo) il protagonista dell’opera.

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“Purgatorio” (Ravenna, foto Silvia Lelli)

Questo grande corpo vivente si compone di diversi organi, tutti essenziali sebbene diversissimi tra loro: c’è il coro di non-professionisti affiancato subito dopo a una grande prova attoriale; l’approccio registico tiene assieme, sullo stesso piano, elegiaco e popolare; lo stesso contenuto del Purgatorio – che potrebbe essere un ancoraggio per il critico – è per Marco e Ermanna più un’occasione di ulteriori visioni, che un moloch da rispettare filologicamente – in modo del tutto coerente con la tesi sui classici “in vita” da sempre propugnata dalle Albe.

Perciò questo oggetto complesso sfugge, non espone parti nude da aggredire, appigli a cui votarsi: se ci si concentra sulla singola performance, si sfuoca la visione d’insieme; se si critica una libera interpretazione di un passo dantesco, si capisce immediatamente che non sta lì il significato dell’intera operazione, e si rischierebbe di fare dantismo pedante più che critica teatrale; se ci si limita a raccontare lo spettacolo – come ho letto quasi sempre fare – semplicemente si abdica al ruolo della critica per diventare narratori in minore.

Il Purgatorio va preso così, in blocco. Bisogna cercare di capirlo ruotandolo come una sfera, abbandonando bisturi e lente d’ingrandimento, perché riesce a contenere parti meglio e peggio riuscite senza per questo esserne sminuito di un’unghia – e per questo ci mostra un’unità di visione superiore all’Inferno di due anni fa, che nel mio ricordo si ripresenta oggi come una galleria di immagini, più slegate tra loro o in un qualche modo meno “organiche”. O forse, semplicemente, meno ispirate.

E chissà, forse è stata proprio la maggiore difficoltà del Purgatorio, o la sua più difficile rappresentazione, a scatenare maggiormente l’estro di Martinelli e Montanari, a farli osare di più laddove invece la popolarità dell’Inferno dantesco li aveva inibiti. Qui si avverte, fin dall’inizio, più libertà, più leggerezza, più voglia di semplicità. La camminata dalla tomba di Dante verso il Rasi, lussureggiante dei giunchi del coro, è uno splendido armonizzarsi di versi danteschi scelti (in modo intelligente) e di canti musicali – e riprende fin da subito una delle caratteristiche fondamentali del Purgatorio, ovvero quel risuonare continuo di salmi in latino e canti di gioia penitente.

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“Purgatorio” (Matera, foto Marco Caselli Nrmal)

Nel giardino-monte del Rasi le scene si combinano senza soluzione di continuità – l’aver scelto di compiere l’intero percorso in un unico spazio aperto ha sicuramente aiutato la fruizione – e s’incastrano le une alle altre in modo sapiente, alternando momenti di riflessione (Oderisi, Marco Lombardo) a scoppi di stupore improvviso (il ragazzo sull’albero durante la scena della scuola di Beuys; le fiaccole o “muro di fuoco” alle spalle del pubblico; la cartina dell’Italia rovesciata dalla corruzione).

Tutto – la regìa, la scenografia, il disegno luci, i costumi, le brevi drammaturgie di raccordo fra una scena e l’altra, o spesso anche dentro le stesse scene –, tutto risponde a una chiara, limpida urgenza didattica. Come ci spiegano Marco e Ermanna, il Purgatorio è una scuola. Qui bisogna imparare a salvarsi, a essere felici: Dante ha scritto la Commedia per questo. Così il pubblico è guidato, facilitato, indirizzato alla comprensione delle terzine anche grazie alle attualizzazioni dei temi danteschi, che funzionano anche quando volutamente “estreme” o apertamente forzate; anzi, paradossalmente funzionano tanto più quanto più sono estranee al corpus dantesco.

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Purgatorio (Matera, foto Marco Caselli Nirmal)

Prendiamo ad esempio le Grete che compaiono alla fine del percorso. Inserire la presenza trasfigurata della Thunberg-Matelda nel Paradiso Terrestre avrebbe fatto inorridire qualunque altro artista sano di mente; nelle mani delle Albe il loro messaggio convince, perché profetico, accusatorio, morale e profondo, proprio come quelli danteschi. Ritrovare Dante vivo nella nostra cronaca è il risultato più alto che raggiunge questo spettacolo.

Così, ogni attualizzazione che vediamo è fatta in buona fede. Ad esempio, Bonconte da Montefeltro (Massimiliano Rassu) che si è salvato “per una lacrimetta” e non ci crede neanche lui. Rappresentato come un soldato che urla la buona novella da una finestra, lo vediamo ancora legato al suo paracadute, geniale correlativo-oggettivo della preghiera in limine vitae che gli ha evitato la rovina nell’inferno. Oppure prendiamo il coro delle donne vittime di violenza. Qui Marco e Ermanna hanno deciso di dare un’importanza enorme e simbolica (e filologicamente errata, se volessimo giocare a fare i dantisti) a Pia dei Tolomei: ma come negare che in quelle poche, splendide terzine non riecheggino tutti i casi di femminicidio del mondo?

O ancora: nella scena di Oderisi da Gubbio-Beuys, forse scenograficamente la più bella del Purgatorio, è difficile non trovare azzeccato l’accostamento ideologico fra il discorso del miniatore (e non pittore!) che svela la vanità della superbia umana («La vostra nominanza è del color dell’erba») con lo stesso messaggio, sebbene in positivo, lanciato dall’artista tedesco, «every human being is an artist» e dunque che bisogno c’è di essere superbi? E infine, l’invenzione intelligente di spostare i due avari più famosi, archetipi del potere temporale e spirituale, il papa Adriano V (Alessandro Argnani) e Ugo Capeto (Luigi Dadina), in mezzo a un orto: gli spiriti insaziabili in vita sono purgati e innalzati alla salvezza attraverso la dignità del lavoro umile.

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“Purgatorio”Matera, foto Marco Caselli Nirmal)

È del tutto fisiologico, quindi, che per motivi strutturali o didattici alcune figure siano state tratteggiate meglio, e altre rimangano un po’ in controluce – sarebbe d’altronde impossibile rappresentare l’intera ricchezza della seconda cantica: a fronte, ad esempio, di un magnifico Manfredi (Roberto Magnani), di un commovente Catone (Gianni Plazzi) o di un convincente Oderisi (Matteo Gatta), altri personaggi, altrettanto potenti, non hanno avuto uno sviluppo simile (Sapìa, papa Adriano V).

E forse non è un caso che, proprio a ragione della forte coesione artistica interna di questo Purgatorio, l’episodio che mi ha coinvolto meno sia il Coro dei vermi e delle farfalle. Qui assistiamo a una ripresa delle forme e dei moduli di Eresia della felicità, che suona estranea e in un certo modo accomodante. Si intuisce il collegamento contenutistico – il Purgatorio è la cantica degli artisti e dei poeti – ma non si comprende questa singolare ripetizione di stilemi già visti. Similmente, anche la recitazione di Ermanna Montanari non si rinnova: a lei sono stati assegnati i versi di apertura e di chiusura di questa cantica della redenzione, alcuni fra i più belli del Purgatorio: una grande responsabilità. Eppure la sensazione è quella di dejà vu dopo l’Inferno, in quanto privi di un convincente tentativo di modulazione diversa.

Dopo questo Purgatorio così ben riuscito, la curiosità di vedere nel 2021 l’ultimo, difficilissimo atto di questa grande produzione è enorme: il Paradiso, con le sue straordinarie altezze teologiche e politiche, rilancia ancora una volta la posta in gioco e rappresenta l’ultima ripida parete di questa scalata al divino. Ma le premesse ci sono tutte.

 

Marco Martinelli e Ermanna Montanari / Teatro delle Albe
Purgatorio
Chiamata Pubblica per la “Divina Commedia” di Dante Alighieri
ideazione, direzione artistica e regia
Marco Martinelli e Ermanna Montanari

in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Luigi Dadina, Matteo Gatta, Roberto Magnani, Mirella Mastronardi, Marco Montanari, Gianni Plazzi, Massimiliano Rassu, Laura Redaelli, Alessandro Renda e i cittadini della Chiamata Pubblica

musiche Luigi Ceccarelli
in collaborazione con Giacomo Piermatti e Vincenzo Core e con gli allievi della scuola di Musica Elettronica e di Percussione del Conservatorio Statale di Musica “Ottorino Respighi di Latina e con la partecipazione di Simone Marzocchi
spazio scenico e costumi allievi dell’Accademia di Belle Arti di Brera Milano-Scuola di Scenografia e Costume coordinati da Edoardo Sanchi e Paola Giorgi in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Brera-Milano
regia del suono Marco Olivieri
disegno luci Fabio Sajiz
direzione tecnica Enrico Isola e Fagio

coproduzione Fondazione Matera-Basilicata 2019 e Ravenna Festival/Teatro Alighieri
in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

cori polifonici Canterini Romagnoli Pratella-Martuzzi diretti dal maestro Matteo Unich, Cappella Musicale della Basilica di San Francesco diretto dal maestro Giuliano Amadei, Coro Ludus Vocalis Voci bianche diretto dalla maestra Elisabetta Agostini, Coro Novello in…canto diretto dalla maestra Elisabetta Agostin, Coro casa della Carità diretto dal maestro Matteo Unich, Coro polifonico Ludus Vocalis diretto dal maestro Stefano Sintoni, Coro Giovani voci dell’ ISSM G. Verdi di Ravenna diretto dalla maestra Diana D’Alessio, Coro Teen Voices diretto dalla maestra Catia Gori, Coro Libere Note diretto dalla maestra Catia Gori, Libenter Cor.

Visto nel giardino del Rasi il 13 luglio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

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