Dramma epistolare nel cuore dell’Islam. “Lettere a Nour” di Rachid Benzine messo in scena da Giorgio Sangati

Lettere A Nour Scena

Scena da “Lettere a Nour” (foto Serena Pea)

Il saggio Occidente cosa fa? È vecchio, accasciato stancamente su una poltrona, non muove un arto. Circondato da un silenzio di morte parla e riflette, riflette e parla. Ma la sua ipertrofica ragione non riesce a prevedere nulla: accadono le cose più impensabili e lui non riesce a fermarle, non riesce a capirle. Gli sfuggono.
Così può accadere che una parte di lui – quella più avanzata, più illuminata? – possa abbandonarlo. Può accadere che i figli del laico e progressista Occidente, ad esempio, decidano di voltargli le spalle e combattere una guerra santa al fianco dello Stato Islamico. Com’è possibile? Perché succede?

La storia di Nour e di suo padre (scritta nel 2016 da Rachid Benzine, ha debuttato recentemente all’Alighieri nella prima nazionale della sua versione teatrale italiana), è una lunga allegoria che cerca di rispondere a queste domande. Composta sotto forma di romanzo epistolare, come vuole la migliore tradizione letteraria francese, questa storia ha il pregio di entrare nella psicologia dei due personaggi e spiegarne i moventi.
Da una parte il vecchio padre, un intellettuale islamico eterodosso e progressista, che ha cresciuto la figlia nell’interpretazione liberale del Corano, che le ha instillato il demone del dubbio e della rivolta, che ha parteggiato per le “primavere” fallite nei paesi arabi; dall’altra Nour, intelligente e passionale ragazza che, non ancora maggiorenne, scappa a Falluja e sposa uno jihadista conosciuto su internet per partecipare alla “grande rivoluzione” dello Stato Islamico.
Siamo di fronte a un’eterogenesi drammatica, che piega gli insegnamenti religiosi del padre alla logica distorta del terrorismo; una dinamica che da lontano potrebbe ricordare il rapporto fra Resistenza e Brigate Rosse. La stessa incrollabile certezza ideologica dei nostri anni di piombo, la stessa «mancanza d’umorismo», si ritrovano nell’atteggiamento intransigente di Nour.

Ma Benzine, grazie alla grande conoscenza dei fenomeni e delle ideologie islamiche che vi stanno dietro, riesce ad empatizzare con Nour, riesce a spiegare al pubblico le ragioni profonde e per nulla scontate che stanno dietro a questa scelta apparentemente incomprensibile. Benzine riesce, in una parola, dove fallisce il padre di Nour: «chiuso nella sua ragione come in una prigione», rifiuta la scelta di sua figlia, si condanna all’immobilità, erige muri. Ma «il destino del muro è il crollo»: a sgretolarlo sarà la morte di Nour, costretta al sacrificio grazie ad un plot twist che qui non voglio svelare.

Il compito del giovane regista Giorgio Sangati non era facile: adattare per le scene italiane un romanzo epistolare francese. La sua scelta è stata quella filologica e radicale: le voci dei due personaggi continueranno ad avvicendarsi fino alla fine. Non dialogheranno mai direttamente, ma si alterneranno in monologhi che cercano di ricreare sul palco lo spazio intimo della lettera.
Franco Branciaroli, biascicante e borbottante, inchiodato alla sua poltrona, nonostante qualche imprecisione è un convincente padre occidentalizzato: debole, fragile, ma soprattutto vecchio, decrepito, stanco. Un Occidente privato di linfa vitale, che langue prima dell’estinzione.
Ma la vera sorpresa è la giovanissima Marina Occhionero, che riesce a tenere la scena nel confronto con Branciaroli e, a parte forse verso la fine, conserva la tensione del testo, strappando un applauso al pubblico già al primo monologo. A lei è affidata la parte più commuovente e delicata dello spettacolo, quella che segna il suo passaggio dall’adolescenza alla maturità: il racconto della maternità ai tempi dello jihadismo.

La vitalità di questo personaggio, la sua esigenza di azione e di storia, è sottolineata dagli interventi musicali affidati ai Mothra (gli ottimi Fabio Mina, Marco Zanotti, Peppe Frana), presenti in scena assieme agli attori. La musica si integra perfettamente al racconto, movimenta le parole di Nour ed esalta col silenzio l’immobilità del padre. Ma forse si sarebbe potuto suonare di più per incalzare il ritmo, che proprio verso la fine comincia a rallentare.

Il problema è interno alla struttura “alternata” di questo spettacolo, costretto nei tempi e nel respiro di uno scambio epistolare. È inevitabile che dopo un’ora il gioco delle entrate e delle uscite di Nour (unico personaggio a muoversi) possa stancare il pubblico; ed è proprio quando la tensione dovrebbe raggiungere l’acme che lo spettacolo si sgonfia un po’.

Un secondo problema è invece legato all’improvvisa “conversione atea” di Nour. Dopo aver difeso con tutta la sua abilità la causa jihadista e l’islam radicale; dopo aver elencato le nefandezze dell’Occidente nichilista ed edonista, ipocrita sfruttatore dei popoli orientali; dopo aver fatto l’apologia del velo integrale (che difende le donne perché «le rende tutti uguali»), dei kamikaze («nessuna guerra è pulita»), delle esecuzioni sommarie («nessuna vittima è innocente») dello Stato Islamico («qui sono in paradiso»); insomma, dopo tutto questo, il monologo finale di Nour suona un po’ affrettato e posticcio.

Nel giro di pochi minuti, Nour rigetta tutto quello che ha creduto e difeso, fino a perdere la fede. Non c’è una progressione in questo cambiamento: l’agnizione è fulminea, immediata, lascia il pubblico spiazzato – pare quasi che fino a quel momento Nour avesse ingannato il pubblico e se stessa. O, peggio, che l’autore si voglia disfare di questa intelligenza estrema e corrosiva, che comincia quasi a sfuggirgli di mano con la sua ferrea logica jihadista, che comincia addirittura a prendere il sopravvento sul padre filosofo. E la “conversione atea”, calata dall’alto, arriva come un giusto contrappasso per l’eccesso di fede, rassicurando così i moralisti. Probabilmente (ma è solo una supposizione) anche questo è dovuto alla struttura di partenza: si è dovuto condensare in poco spazio un cambiamento che, nel libro, plausibilmente teneva più pagine.

Al di là di queste sbavature, lo spettacolo fila liscio. E, in tempi manichei, è consigliabile la sua visione: è quando si prendono le difese del cattivo che le cose si fanno interessanti.

 

 

Lettere a Nour

di Rachid Benzine

traduzione di Anna Bonalume

regìa Giorgio Sangati

con Franco Branciaroli e Marina Occhionero

musiche originali eseguite da Mothra

produzione Emilia-Romagna Teatro, Centro Teatrale Bresciano, Teatro De Gli Incamminati

in collaborazione con Ravenna Festival

Visto all’Alighieri il 14 giugno 2018

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