“Maryam”: il monologo di Doninelli risplende nella “distanza” e bellezza della messa in scena delle Albe

Maryam Ermanna Montanari

Ermanna Montanari in “Maryam” (foto Silvia Lelli)

Suonerà noioso, al limite professorale: ma proviamo a dividere la recensione di questo Maryam in due parti. Lo spettacolo lo merita, la comprensione lo richiede.

Esteticamente, il monologo portato in scena dal Teatro delle Albe si presenta fin da subito come uno splendido Gesamtkunstwerk. Ogni suo elemento è curato alla perfezione e si integra con gli altri in un organismo compatto, coerente. L’interpretazione della Montanari, il testo di Doninelli, la musica di Ceccarelli, la scenografia, i costumi: ogni parte concorre e partecipa della bellezza del tutto.

Difficile rimanere indifferenti davanti alla maestria dimostrata, ancora una volta, dalla coppia asinina Martinelli e Montanari. Quello che poteva rischiare di essere un monologo retorico, politico nel senso deteriore del termine – un prodotto demagogico, votato a suscitare un’empatia di facciata solleticando il pubblico progressista ad una catarsi ipocrita – diventa nelle loro mani materia viva, dolorosa, vera.

Le storie di Zeinab, Intisar, Douha, le tre donne in preghiera nella basilica dell’Annuncazione di Nazareth, non commuovono, non spingono alla lacrima facile. Non si fa leva su un dolore fittizio per empatizzare con un popolo lontano. Queste storie, scritte nella prosa semplice e poetica di Doninelli, fanno ammutolire, ci spengono le parole in bocca.

La loro assurdità è la stessa che sembra avvertire Ermanna, interpretandole come se fosse la prima volta, modulando il suo inconfondibile timbro col talento a cui ci ha abituati. Ermanna riesce, in pochi minuti, a passare dalla voce anfibia delle invettive di Zeinab contro gli aguzzini della sua amica Sharifa («Che i suoi amici lo sgozzino e che ci giochino a calcio con la sua testa. Gol.») al filo di voce di Douha, che ripete e ripete a Maryam la stessa domanda, di una semplicità straziante, difficilmente sopportabile: «Il mio piccolo Alì, bello come il sole, grande come un uomo, non c’è più. Tu lo sai dov’è adesso, Ummuna Maryam?». Un’interpretazione da brividi.

Nella prima fase dello spettacolo, al pubblico sono donati squarci di dolore uno e trino, che non interessa una porzione del mondo lontana e diversa – non stiamo giocano a scienze politiche. Questo dolore riguarda la dimensione umana in sé e per sé, è connaturato ad essa.

In questo senso la scelta della figura di Maryam come divinità interlocutrice delle tre donne è convincente. Come hanno acutamente compreso le Albe, la Maria dell’Islam non è semplicemente “un ponte tra fedi religiose”, come è stato spesso scritto (forse un po’ a sproposito, per appioppare a questo spettacolo un intento conciliare che io non ho rintracciato sulla scena). Maryam, più profondamente, è una metafora dell’universalità di questo dolore, che non cambia forme a seconda delle confessioni religiose, che gronda delle stesse domande fin dalle prime età della storia dell’uomo, quale che sia la divinità a cui ci rivolgiamo.

Per questo funziona così bene l’integrazione fra testo, musiche e proiezioni. Sentire l’inflessione dialettale di Ermanna duettare con il muro sonoro di Ceccarelli, che amplifica la musica orientale di Marzouk Mejri; vedere le parole di Doninelli tradursi visivamente nell’elegante alfabeto arabo proiettato sul velatino: tutto ciò ci dà la sensazione di trovarci davanti a un racconto della storia universale più che a uno studio specifico sulla situazione geo-politica del Medio Oriente.

D’altra parte, i ghirigori delle lettere arabe richiamano inesorabilmente ad una dimensione ieratica, e questo permette di far emergere un’altra grande trovata estetica che contribuisce a dare ulteriore profondità a questo monologo.

Sto parlando della distanza che, genialmente, le Albe hanno interposto fra pubblico e attrice attraverso il velatino. È in questa caligine che fa il suo ingresso silenzioso Maryam: giubba di pelle rossa, aureola elettrica, braccia protese con la stessa solida potenza di un’icona, che ammutolisce il pubblico con la sua sola presenza. Probabilmente il momento più forte dell’intero monologo.

Ma c’è, come promesso all’inizio, anche un’altra questione da affrontare, prima di chiudere: ed è la questione per così dire “morale” che pone il testo di Doninelli, al di là di ogni adattamento teatrale e di ogni considerazione estetica.

Il punto è che la risposta di questa Maryam così faconda, così accessibile, finisce per depotenziare la ieraticità costruita fino a quel momento. È la risposta non-risposta di Maryam ad annullare la sua figura – non solo scenicamente, ma anche filosoficamente.

Maryam dice di essere vicina alle donne, perché anche lei ha subito il dolore più grande, la morte di suo figlio sulla croce. Un sacrificio per il quale non ha mai perdonato Dio, confessa alla platea. Ma perché Dio, se lo amava, non ha fatto niente per salvare suo figlio? Perché Dio, se ci ama, non fa niente per lenire il nostro dolore?

Maryam potrebbe fermarsi qui, restando in silenzio, ma tenta la giustificazione di dio. E la sua risposta è in realtà un’aperta evasione: «L’onnipotenza dell’amore è impotenza dell’amore». Una risposta a cui non si può credere, che fa crollare in un disastro morale l’edificio narrativo edificato con grande cura fino a quel momento. Perché di fronte alla teodicea si brucia anche la penna più abile e si finisce per macchiare le mani di dio.

La divinità, o in altre parole il sacro, si può salvare dal mondo e dalla sua sete di giustizia soltanto nella lontananza – come d’altronde hanno intuito le Albe, collocando Maryam distante dal pubblico, forse anche per mettere una pezza alla voragine di senso del testo di Doninelli.

È solo in questo iato che è possibile un dio. È nel silenzio davanti ad ogni domanda, nel rispetto di ogni dubbio che è possibile la fede, come ogni credente sa. Il dolore per la morte di un figlio non conosce soluzione su questa terra, ma vive nell’attesa di un altro regno, di un luogo che non ci parla.

 

Maryam

testo Luca Doninelli
in scena
Ermanna Montanari
musica
Luigi Ceccarelli

regia del suono
Marco Olivieri
disegno luci
Francesco Catacchio
tecnico luci
Luca Pagliano
direzione tecnica
Fagio
assistente spazio e costumi
Roberto Magnani
consulenza e traduzione in arabo
Tahar Lamri
in video
Khadija Assoulaimani
voce e percussioni in audio
Marzouk Mejri
realizzazione video
Alessandro Renda
realizzazione musiche
Edisonstudio Roma
fotografie dello spettacolo
Enrico Fedrigoli
ideazione, spazio, costumi e regia
Marco Martinelli e Ermanna Montanari

produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro in collaborazione con Teatro degli Incamminati/deSidera

Visto al Rasi il 6 luglio 2018

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