Interpretare “Copenaghen”. Michael Frayn secondo Mauro Avogadro

Copenaghen Foto Marco Caselli Colore (9)

Una scena di “Copenaghen” (foto Marco Caselli)

Tutto parte da una domanda: perché Werner Heisenberg andò a trovare Niels Bohr a Copenaghen nel settembre del 1941? Heisenberg, collaboratore del Reich, affrontò un viaggio così difficile, in un paese occupato, solo per andare a parlare col suo maestro, un fisico teorico mezzo ebreo, rischiando così di venire accusato di tradimento. Che cosa si dissero? Cosa rovinò per sempre la loro amicizia?

Michael Frayn approfitta di questo vuoto storico per costruire la sua trama. In un limbo di lavagne e formule, a metà fra un’aula universitaria e un tribunale, ormai «morti e sepolti», si confrontano i tre personaggi: Heisenberg (Massimo Popolizio), l’energico fisico scopritore del principio d’indeterminazione; Niels Bohr (un perfetto Umberto Orsini), il “buon maestro”, punto di riferimento avvolto da un’aura di rispettabilità; e Margrethe (Giuliana Lojodice), sua moglie, dignitosa e appassionata alleata del marito.

Questo adattamento italiano, che torna in scena dopo 18 anni, segue piuttosto fedelmente il testo originale. La messa in scena di Avogadro è convincente, sobria come i suoi interpreti. L’utilizzo delle luci e delle video-proiezioni svolge perfettamente la sua funzione contrappuntistica, senza mai risultare didascalico – fino anzi ad emozionare durante le proiezioni finali delle esplosioni atomiche, presagi incombenti per tutto lo spettacolo.

La scelta di mettere fin da subito Heisenberg in posizione di debolezza si rivela una decisione drammaturgica vincente. Il pubblico è così portato ad empatizzare con il personaggio più ambiguo e controverso, evitando condanne preventive al “fisico dei nazisti” e approfondendo lo spessore psicologico di ognuno di questi protagonisti.

In un progressivo annodarsi di giustificazioni, accuse, difese, ricostruzioni ipotetiche, i personaggi di Copenaghen cercano di arrivare alla verità, di capire quali fossero i veri moventi della visita di Heisenberg; ma, quasi per una deformazione professionale, la verità scappa loro di mano, ed ecco una nuova interpretazione disponibile, una nuova versione – come avviene in certi racconti di Dürrenmatt, costruiti a scatole cinesi.

Heisenberg ha incontrato Bohr per consegnare agli alleati la soluzione alla costruzione della bomba atomica? O cercava di carpire informazioni dal maestro, in modo da battere sul tempo gli americani? Tentava di scongiurare il pericolo di una guerra atomica che radesse al suolo la sua amata Germania? Oppure stava bluffando, convinto dell’impossibilità della sua costruzione, spinto da semplice curiosità di fisico teorico?

Più ci si addentra nelle ipotesi e più i moventi di Heisenberg si fanno incerti; più la lente drammaturgica cerca di illuminare i pensieri del tedesco e più questi si agitano sotto la luce della verità storica, sfuggendoci. Succede così che le possibili interpretazioni di questo Copenaghen si moltiplicano.

A fianco del racconto storico c’è il nobile tentativo di una divulgazione teorica della scienza novecentesca; oltre all’acuta riflessione sulle implicazioni politiche della fisica («spesso è difficile separare le due cose», ammette un ingenuo Bohr) e accanto alla scrupolosa ricostruzione drammatica dei personaggi, c’è l’applicazione teatrale del principio di indeterminazione. Il gesticolante e nervoso Heisenberg sembra imitare il comportamento di un elettrone: osservato dal compassato e inesorabile sguardo di Bohr e di sua moglie, sfugge ad ogni conoscenza possibile, si cela allo sguardo.

Ed è proprio Heisenberg, nelle sue battute finali, a schiudere il significato di questo conte philosophique, lontano parente di quelli scritti da Platone, Cicerone, Voltaire o Diderot, ma essenziale e scarno, perfettamente inglese. Copenaghen è un lavoro che racconta ed esalta il «nucleo di incertezza che sta nel cuore di ogni cosa». Frayn ci consegna una riflessione memorabile su quel cono d’ombra indeterminato, refrattario ad ogni conoscenza, che ci inquieta e ci rende umani. Ci parla insomma della complessità dell’interpretazione del reale, della sua sfuggevolezza, della sua precarietà.

 

Copenaghen

di Michael Frayn

con Umberto Orsini, Massimo Popolizio
e con Giuliana Lojodice

Scene di Giacomo Andrico

Costumi di Gabriele Mayer

Regia di Mauro Avogadro

Compagnia Umberto Orsini / Teatro di Roma-Teatro Nazionale

in co-produzione con CSS Teatro stabile di Innovazione del FVG

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