Le “magnetiche“ amiche di Elena Ferrante agitate in scena da Fanny&Alexander

Fanny&Alexander Storia Di Una AmiciziaRaramente mi è capitato di odiare di più due personaggi. Lila e Lenù, le due amiche protagoniste della tetralogia della Ferrante, sono legate da un rapporto simbiotico e malsano; come simbiotico e malsano è il rapporto fra loro e il povero rione napoletano in cui sono cresciute. Ad ogni azione della prima corrisponde una precisa risposta della seconda; ogni pensiero dell’una è scavato a fondo dall’altra per cercarne tutte le possibili intenzioni nascoste; la loro formazione è caratterizzata da una costante competizione che genera falsità, arrivismo, dolore e invidia. Sono rarissimi i momenti in cui il racconto della Ferrante si permette di descrivere un’amicizia limpida, libera da interessi e da vili preoccupazioni.

Più che la storia di un’amicizia, leggendo le pagine della Ferrante mi è parso di leggere una storia d’orrore e di squallore morale, in cui la condotta della peggiore, Lila, finisce per traviare anche la narratrice e a sprofondarla in un pozzo di insicurezza e gelosia.

Insomma, ha ragione Chiara Lagani quando dice che la forza del libro della Ferrante «può rivelarsi attrattiva o repulsiva, ma è innegabile». Per me è stata un’anti-calamita. E va a tutto merito dei Fanny & Alexander essere riusciti a gestire questa forza con Storia di un’amicizia, orchestrando un lavoro che riesce ad assorbire il meglio del romanzo e a trattenere sulla scena le sue qualità migliori. Qualità che, almeno per lo scrivente, possono ridursi a due elementi: l’intreccio, che funziona inesorabile ed esatto; e il linguaggio che, solo in alcuni momenti riesce ad elevarsi dal cronachismo e farsi immaginifico.

La drammaturgia di Chiara Lagani, a differenza di quello che ci si sarebbe potuti aspettare, ha optato per un approccio conservativo. Per tutto lo spettacolo passi integrali del romanzo, pressoché inalterati, si rimpallano fra le due attrici sulla scena, la Lagani e Fiorenza Menni, che interpretano anche le parti descrittive, i discorsi diretti e indiretti, le riflessioni interiori. Il compito più grave e delicato per la Lagani è dunque stato la selezione e l’attribuzione delle parti: chi dice cosa e quali episodi isolare per riuscire a mettere in scena un libro diviso in ben quattro volumi.

L’ottima soluzione trovata è stata quella di concentrarsi su tre momenti della narrazione, tutti accomunati dal racconto di una perdita. Nella prima parte le amiche bambine perdono le loro bambole e con esse la loro infanzia. Il rito d’iniziazione è la vittoria della paura nei confronti di don Achille – un personaggio a metà fra il camorrista e l’orco delle leggende.

Nella seconda parte, Lila, dopo il matrimonio, rischia di perdere il controllo della sua identità. Il simbolo, questa volta, è la fotografia che la ritrae come giovane sposa. Lila diventa Raffaella Cerullo in Carracci, un’espressione che «sembra descrivere un moto a luogo», come dice acutamente il personaggio – un precipitare verso un’identità che non le appartiene. La ribellione insita nel carattere di Lila si esprime attraverso la “scancellatura” di questa immagine, il rifiuto dell’adeguamento a un ruolo prestabilito in una società centrata sulla violenza maschile.

Nell’ultima parte dello spettacolo è Rita, la figlia di Lila, a perdersi. Con essa si perde definitivamente anche l’ultimo legame fra Lila e il mondo femminile, la maternità, da lei vissuta male, come una malattia («La mia pancia è piena di niente», confessa a Lenù durante la gestazione).

A latere di questi tre episodi, compaiono due volte sulla scena le bambole perse delle bambine. Parlano in rima, in un botta e risposta di filastrocche infantili tratte dal grande Toti Scialoja.

Sulla scena le due attrici si muovono incessantemente, come prese da una strana febbre mediterranea, seguendo precise partiture di gesti tratte da coreografie di Trisha Brown, Pina Bausch e Anna Teresa De Keersmaker. Il regista Luigi De Angelis ha voluto rappresentare un ballo taumaturgico che serve a “spurgare” una ferita dell’anima, a svuotarsi delle tensioni. In altre parole, sono movimenti che tradiscono il bisogno di una catarsi, eseguiti con impressionante minuzia e impegno da parte delle due attrici.

Lo spettacolo, lungo e ambizioso, alterna fisiologicamente alti e bassi. Alcune cose funzionano meno: ad esempio, non sono riuscito ad apprezzare fino in fondo il ritorno finale delle bambole, complice forse anche la stanchezza dopo due ore e mezzo. Così come mi pare del tutto superflua la scimmiottatura del dialetto napoletano da parte della Lagani. Un’altro problema mi pare sia legato all’omogeneità fra le tre parti. Probabilmente lo spettacolo risente del fatto che la prima parte era già stata messa in scena col titolo Da parte loro nessuna domanda imbarazzante, come prima tappa di uno studio verso il debutto. I primi 50 minuti, così scuri, lunghi e a loro modo statici, mi sono parsi un corpo estraneo se paragonati agli altri due momenti.

È qui la regìa di De Angelis dà il meglio, interpone tra le attrici distanze e dinamiche, movimenta il loro racconto e lo integra ad apporti audio-visivi bellissimi, come da tempo non mi capitava di vedere a teatro. Le musiche di Emanuele Wiltsch Barberio e Cristiano De Fabritiis, e il sound design, curato da Damiano Meacci di Tempo Reale, riescono a integrarsi con le parole del racconto e dar loro una tragicità che non ho incontrato sul libro.

Semplicemente stupende le proiezioni della regista Sara Fgaier, che ha lavorato sul montaggio di filmini di famiglia girati in Super 8. Si dà sfogo così a quella tentazione identitaria annidata fin dall’inizio nel libro della Ferrante: sullo sfondo di una storia privata passa una storia collettiva, la storia di Napoli, la storia di un paese che esce dalla tragedia del Dopoguerra («Il nostro mondo era piano di parole che ammazzavano», ricordano le protagoniste) per entrare nella miseria morale dell’edonismo.

Ma forse il momento più toccante di questo Storia di un’amicizia è affidato a un monologo di Lila. Da sola sulla scena si rende conto di aver esagerato con la sua cattiveria, e implora un’Elena sempre più distante di non abbandonarla. Fiorenza Menni riesce qui a farci empatizzare con un personaggio difficile, a dare voce al dolore di Lila, ad avvicinare il pubblico a quello che, sulla pagina, rimane un groviglio di egoismo e cattiveria. «Non riesco a far crescere niente. Finisco per distruggere tutto, anche la vita dentro di me», confessa Lila alla sua amica, mostrando finalmente una debolezza umana, reale, una consapevolezza di sé e dei sentimenti degli altri, il suo bisogno d’affetto. Qui Lila smette di essere un personaggio fittizio e prende vita.

Credo che il segreto di un buon adattamento teatrale stia tutto qui: trasmettere alla platea lo stesso amore “vorace e rapinoso” che abbiamo provato per un libro e conquistare il pubblico alla bellezza che vi abbiamo trovato.

 

Fanny & Alexander
Storia di un’amicizia
tratto dalla tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante, Edizioni e/o
ideazione Chiara Lagani e Luigi De Angelis
con
Chiara Lagani e Fiorenza Menni
drammaturgia
Chiara Lagani
sound design
Tempo Reale/Damiano Meacci
video
Sara Fgaier
ricerca e allenamento coreografico
Fiorenza Menni
regia, light design, spazio scenico
Luigi De Angelis
progetto sonoro
Luigi De Angelis
vocals
Emanuele Wiltsch Barberio
percussioni
Cristiano De Fabritiis
supervisione tecnica e cura del suono
Vincenzo Scorza
tecnico di palcoscenico
Giovanni Cavalcoli
costumi
Chiara Lagani collezione Midinette
fotografia e riprese video
Alessandra Beltrame, Stefano P. Testa
postproduzione
Davide Minotti
sviluppo Super 8
Alessandra Beltrame c/o Cinescatti
materiali di archivio
Associazione Home Movies – Archivio Nazionale
del Film di Famiglia e Bruno Belfiore
organizzazione e promozione
Ilenia Carrone
produzione Ravenna Festival, E-production, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, in collaborazione con Ateliersi

Visto al teatro Alighieri il 5 luglio 2018

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