L’assolutismo isolato: il Lorenzo Milani della Bottega degli Apocrifi

Don Milani

Una scena di “Lorenzo Milani” (foto di Filomena Ferri)

È certamente peculiare che un cattolico possa risultare tanto divisivo. Nella stessa etimologia del termine “cattolico” sta il germe dell’ecumenismo, o quanto meno di una certa utopia all’universalità. Ma d’altronde, si parva licet, lo stesso Gesù non era forse venuto a separare “il figlio dal padre e la figlia dalla madre”?
Il grande peccato di Don Milani, in seno a una Chiesa da sempre e costitutivamente prona ai “signori” e al potere, è stato quello di mettere davanti i poveri pensando che la sua scelta potesse essere legittimata dalle alte sfere. Di più: non metterli davanti, ma contro i ricchi. «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne – scriverà Don Milani all’arcivescovo Florit – tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato».

Il classismo di Don Milani, nato da profonde esigenze religiose, oggi può fare corrucciare più di una fronte, ma occorre ripensare al contesto storico ed esistenziale della sua formazione. Questo è ciò che cerca di fare questo Lorenzo Milani della Bottega degli Apocrifi, che giustamente ha voluto far cadere l’onorifico “don” nel titolo, per lasciare parlare l’uomo, nella sua semplice sincerità: inserire la sua azione in una cornice, cercare di giustificarla; così come, per tutta la durata dello spettacolo, il prete di Barbiana cercherà la legittimazione che gli è mancata dalle alte sfere davanti agli occhi di una madre fredda, distante, che non concederà al figlio un minimo di carità se non alla fine della sua parabola umana, incalzata dalle domande insopportabili di un giornalista – o forse, della società.

Senza cadere nell’agiografia spiccia, questo spettacolo cerca di tratteggiare in scena un modo d’essere più che una biografia. Le coordinate spazio-temporali e i riferimenti storici sono minimi a fronte di un testo che – sebbene non sempre ispiratissimo – riesce nell’intento di inquadrare un pensiero, di lasciare sfuggire qualche scheggia di una personalità complessa, forse più tormentata di quanto non ci aspetteremmo in un uomo di fede.
Ogni azione di Don Milani è frutto di una complessa riflessione su se stesso, di un’interrogazione sul suo ruolo e sulla società in cui si trova ad agire – come fa emergere la scena in cui il bravo Salvatore Marci si cala in platea con una lanterna, novello Diogene, in cerca di risposte da un pubblico ravennate “ateo e muto”, come è stato definito durante la replica di sabato.
E qualcosa di cinico, nel senso nobile della parola, c’è nella figura di quest’uomo. Nella sua scelta di farsi curare dalla malattia che lo sta consumando assieme ai più umili; nella sua totale mancanza di ipocrisia; nel suo linguaggio aperto e spesse volte volgare, proprio come le persone con cui si è trovato a solidarizzare; nella sua visione cruda, materialistica della realtà. Basti pensare al racconto di Mauro, il ragazzo che, dopo la perdita di una mano sul posto di lavoro, viene licenziato perché per i padroni “chi l’ha in culo se lo tenga”.

La lezione di Don Milani, ex “signore”, si innesta su questa povertà materiale e intellettuale. «Quello che i ricchi possono insegnare ai poveri», dichiara il prete di Barbiana verso la fine, «è l’uso del linguaggio. L’educazione deve fermarsi qui, non andare avanti neanche un anno di più». Imparato l’essenziale, comincia la lotta di classe; o, per dirla alla cristiana, l’evangelizzazione.
Perché non è puro marxismo quello che emerge sulla scena; l’odio nei confronti dei ricchi è quasi una missione evangelica. Quella che altri chiamerebbero presa di una “coscienza di classe”, è uno svelamento di verità – nihil sub sole novum: già Russell, nel ’43, aveva apparentato comunismo e cristianesimo, in certe sue pagine acutissime.
Se qualche scambio fra Don Milani e Alice Weiss (la madre agnostica), soprattutto all’inizio dello spettacolo, può suonare un po’ letterario, il racconto si fa vivo e pulsante soprattutto nel momento dell’entrata in scena dei ragazzi: un gruppo silenzioso che si alza dalla platea per sciamare attorno al prete (un laboratorio di scrittura collettiva?), mentre Milani passa in rassegna il catalogo delle loro vite e delle stranezze di ognuno di loro – di sicuro il momento drammaturgico più efficace dell’opera.

Attorno ai quadri di ricostruzione esistenziale, la regìa di Severo costruisce degli ottimi raccordi muti, nei quali inquietanti figure di vescovi si agitano meccanicamente in controluce sullo sfondo colorato di verde, accompagnati dalle musiche di Trimigno. Vescovi-mostri o vescovi-macchine, elementi di disturbo, indossano giubbotti imbottiti, corazzati come soldati per resistere alle parole del prete di Barbiana. Come tutti i ricchi questi vescovi saltellanti sono forniti di ombrello per resistere alla pioggia della vita – a differenza della pecorella iniziale, video-proiettata sulla quinta, fantozzianamente rassegnata a bagnarsi.

Bello infine che lo spettacolo non sia risolto, e che lasci questo personaggio in controluce, come spesso succede nell’elegante allestimento scenico curato da Iole Cilento: Don Milani è un nodo che sta agli spettatori sciogliere.
Un lavoro godibile, quello dei pugliesi de La Bottega degli Apocrifi, che sebbene risenta di certi quadri un po’ troppo rarefatti e di una recitazione a volte un po’ legnosa, viene valorizzato da interessanti soluzioni registiche.

«Si può amare solo una classe», confessa Don Milani prima di uscire di scena. Parole diafane negli anni ’60, che oggi ci colpiscono come uno schiaffo, che grondano della violenza di un periodo storico di ubriacatura ideologica. Forse qualcosa della lettera di risposta dell’arcivescovo Florit è vera. Don Milani era un assolutista solitario? Com’è possibile conciliare il messaggio universale di Cristo col classismo più avanzato? E chi ha mietuto la sua opera?

 

Lorenzo Milani

drammaturgia Stefania Marrone

interpretato da Nunzia Antonino e Salvatore Marci

e con Livio Berardi, Filomena Ferri, Adriana Gallo

musiche originali di Fabio Trimigno

scene costumi e animazioni di Iole Cilento

disegno luci e animazioni Carlo Quartararo

suono e luci Giuseppe Lamenta, Luca Pompilio

regia Cosimo Severo

Visto all’Alighieri il 27 gennaio 2018

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