Sull’orlo di una crisi di servi. “Il servo” di Maugham messo in scena da Renzi e Sepe

Il Servo«Quanto siete bello, padroncino! Come mi trattate male bene!», esclama Pulcinella al suo padrone, il Barone di Sigognac.
Questa battuta fulminante, balbettata da un immenso Massimo Troisi ne Il viaggio di Capitan Fracassa di Scola, coglie un aspetto essenziale del rapporto fra servo e padrone: il servo, quando è veramente tale, ama la prepotenza del suo signore in quanto conferma del suo ruolo. Allo stesso modo, è solo la dedizione più totale del servo, il suo annullamento per l’altro, a rendere il padrone capace di questo nome.

Non c’è bisogno di scomodare Hegel per capire che il nucleo de Il servo di Robin Maugham è la dialettica di potere che intercorre fra questi due ruoli. Quello che separa Tony, il signore, da Barrett, il servo, è un confine labilissimo, sempre sul punto di svanire. La trama scompagina le gerarchie iniziali, e i ruoli finiscono per confondersi in una indefinita zona grigia, dove gli ordini sono allo stesso tempo impartiti e subiti; dove le esistenze si pongono su un assurdo piano paritetico, fino a sconfinare nell’aperta simbiosi.
La miccia narrativa di questo testo sta tanto nella debolezza e nella pigrizia atavica del signore (Tony è una sorta di Oblomov inglese; non sociopatico quanto il suo pari russo, ma allo stesso modo indulgente con se stesso fino all’abulia) quanto nella proverbiale furbizia del servo Barrett, che riesce a corrompere il rapporto iniziale basandosi su un astuto sistema di scambio di favori. Barrett è l’abile orchestratore di una spirale nociva di comfort, che scivola ben presto dall’edonismo all’abiezione grazie alla debolezza del suo padrone.

La trama di Maugham, sebbene tradizionale e per certi versi prevedile, svolge il suo compito egregiamente. Il ritmo del primo atto è serrato; gli interpreti convincenti e preparati – su tutti spiccano le interpretazioni misurate di Lino Musella (Barrett) e di Tony Laudadio (Merton, l’amico di Tony); l’allestimento scenico essenziale ed elegante (a differenza delle musiche, decisamente sopra le righe); insomma, si arriva al sipario in scioltezza.
Si può tuttavia azzardare un appunto registico. Il servo è un’opera scritta nel 1948: siamo nell’immediato dopoguerra (e qualche frammento di questo periodo di difficoltà economica emerge nella scena dei muffin) in una Londra ancora lacrimante e sanguinante.
La società che i laburisti si apprestano a riavviare è ancora quella classista, tipicamente vittoriana, divisa fra upper e working class. Il testo di Maugham, definito “capolavoro di abiezione”, poteva scandalizzare allora, col suo turbinio di etilismo, ménage à trois e promiscuità sessuale e interclassista, un po’ Lawrence un po’ Wilde; ma oggi, la sua scabrosità – che fu anche la sua forza – risulta molto più levigata. Da questo punto di vista, il testo di Maugham non è un classico.

Una chiave di lettura forse più adeguata per allestire oggi un testo come questo sarebbe stata quella di concentrarsi di più sui rapporti di potere e di ricatto fra classi – quelli sì oggi ancora largamente presenti e influenti nella società – e meno su un erotismo che di urticante non ha più nulla.
In altre parole, avrebbe giovato al testo evidenziare come ogni azione del servo sia basata su uno scambio; come ogni ordine che riceva vada ad accumularsi agli altri, in un debito che il padrone dovrà in un qualche modo ripagare, forse con la vita. Allo stesso modo, reificare ancora di più i corpi delle donne che, più che oggetti del desiderio, divengono elementi intercambiabili di compravendita o di possibile ricatto.
Ma se proprio si volesse individuare nell’erotismo il filo conduttore di quest’opera, perché non concentrarsi di più sul latente (e ben più interessante) rapporto omo-erotico fra Tony e Barrett? Come se la lotta di classe, spinta al suo estremo, rivelasse un’attrazione amorosa imprevista, fatta di gelosie e attenzioni, di dominazione e cura; come se la dialettica fra servo e padrone trovasse il suo superamento proprio nell’amore.

Ma basta così. Il servo è di sicuro un lavoro piacevole, che ha funzionato benissimo in platea, ma che forse rinuncia con troppa facilità al diritto di scandalizzare.

 

 

Il servo

di Robin Maugham
traduzione di Lorenzo Pavolini

con (in ordine di apparizione):
Richard Merton Tony Laudadio
Sally Grant Emilia Scarpati Fanetti
Tony Williams Andrea Renzi
Les Barrett Lino Musella
Vera/Mabel Maria Laila Fernandez
Regia: Andrea Renzi, Pierpaolo Sepe

Aiuto regia: Luisa Corcione, Simone Giustinelli
Scene: Francesco Ghisu
Aiuto scenografo: Christina Psoni
Costumi: Annapaola Brancia d’Apricena
Disegno luci: Cesare Accetta
Fotografa e assistente luci: Laura Micciarelli

Visto all’Alighieri il 1° febbraio 2018

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