“Metaphorà” di Racagni: movimenti della materia verso mondi possibili

Metaphora RacagniUn monolite di fronte a noi, solido e stante, solo apparentemente immutabile. Lo zampino di Kubrick da dietro le quinte, di quello sguardo cinematografico che non riesce a farsi contenere da una macchina da presa e invade i territori dell’immaginario collettivo, tanto è grande e forse inconsapevole la sua portata sul futuro. Ma Paolo Racagni (Ravenna, 1948) di immutabile ha solo il lessico millenario di cui è un raro e fedele interprete, il linguaggio del mosaico antico che arriva fino a noi ancora poliglotta, ma divenuto contemporaneo, latore di un minimalismo di cui la luce è severa normatrice.

Con il site-specific metaphorà / μεταφορά (2019, corten, smalti vetrosi, magnete; inaugurazione sabato 5 ottobre, ore 18.30, alla Biblioteca Classense di Ravenna) realizzato per la VI edizione della Biennale del Mosaico Contemporaneo RavennaMosaico, l’artista lavora sul senso delle trasformazioni possibili: un messaggio ottimista, che conferisce molta responsabilità a chi decide di assumersene il carico. L’opera è infatti un invito a interagire con alcuni elementi mobili, modificandone l’aspetto, e a condividere il senso di insoddisfazione dell’artista che interviene sulla realtà cercando il miglioramento. Una sfida aperta con noi stessi, prima di tutto come umani che abitano luoghi fluidi.

«In fondo cos’è l’agire umano se non un insieme di spostamenti continui?» si chiede Racagni. Il lungo percorso del pensiero, il progresso della scienza e la creazione artistica hanno una matrice comune: non conoscono la soddisfazione che porta alla stasi. E nella loro incessante pulsione esplorativa trovano sempre nuove ragioni e responsabilità. Come la liquidità del vetro trasfigura la luce naturale, così l’artista innesca un atto creativo contagioso in un universo costruito su relazioni tattili. E in metaphorà l’azione passa dalla sua mano a quella dello spettatore, che diventa parte attiva in un processo di osservazione-azione in cui nessuno può dirsi escluso a priori.

Agire sulla nostra realtà comporta infatti inevitabili conseguenze sul futuro che ci accomuna: in questo senso il non fermarsi diviene un non arrendersi, e l’impossibilità di trovare un esito definitivo nella creazione artistica, altro non è che la presa di coscienza – intrisa di speranza – che dai nostri gesti possa concretamente dipendere la trasformazione di uno stato. Per Paolo Racagni – memore della lezione di alcuni degli artisti che rivoluzionarono il mosaico del Novecento e lo portarono ai suoi massimi livelli, come Morigi, Cicognani, Rocchi e Fiorentini – il mosaico è l’ombra della storia; un’ombra paradossalmente costituita da luce addomesticata – ma non imbrigliata – dalla téchne, l’arte che nasce dal saper fare, dall’esperienza.

Il suo monolite ci chiama ad intraprendere un’odissea personale e al contempo collettiva: così come l’iconoclasta Kubrick rifletteva sul potere dell’universo, tenendo sotto controllo tutti i dettagli del linguaggio cinematografico, Paolo Racagni, con il suo lavoro, esorta a riscoprire e condividere il potere interno di luce e materia, un codice espressivo rigoroso che viene da molto lontano e che nella sua autenticità originaria può tradurre ed essere tradotto, ma mai essere tradito.

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