Scianna, Scianna, Scianna aveva un fiuto eccezionale per il… racconto

Marpessa Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna, “Marpessa” (Caltagirone, 1987)

La voce un po’ ruvida come la tela di lino grezza, l’ironia dolce amara da signore del sud, un non so che di caldo e appassionatamente umano: Ferdinando Scianna, a discapito della sua levatura, è raggiungibile e vicino, come se dall’altra parte del microfono non ci fosse la distanza e un marchingegno tecnologico, ma solo il vento e il color seppia della Sicilia di Dolce e Gabbana, magari un tavolino, le tende sollevate e due caffè.

Mi ci sono sentita invitata a quel tavolo e ho visto le foto di una giovane Marpessa, con i capelli raccolti come negli anni tra le due Guerre, una bellezza olandese impertinente e patinata, reinventata mediterranea e prestata a una storia mai esistita, eppure familiare. Ho visto messe di bambini e merletti bianchi sfilare in quelle foto, passate tra le mani insieme a tante parole, come solo i grandi affabulatori sanno fare.
In realtà potrebbe sembrare molto poco oscura la fotografia di Scianna, perché ogni immagine è una storia dipanata, un ipertesto visuale in cui tuffarsi come nella tana del Bianconiglio, per riemergerne con esperienze che ci hanno reso “sempre noi, ma con qualcosa in più”, una profondità di sguardo, un incontro accidentale che ci si attacca addosso come un’ossessione.

Quel compromesso tra caos e caso che, per dirla con le parole di Denis Curti, curatore della mostra ai Musei di San Domenico di Forlì (Ferdinando Scianna. Viaggio, racconto, memoria, fino al 6 gennaio 2019): «Portano al processo cognitivo alla base del suo lavoro. Caos e caso si somigliano, ma sono diversi: il caso è quello che lo porta a lavorare nella moda (Dolce e Gabbana si renderanno conto che le fotografie viste prima di incontrare Scianna erano di un altro fotografo, ma poi incaricheranno comunque lui); il caso è quello che sottende un approccio non immediatamente coordinato da un pensiero progettuale».
E così, prosegue Curti, che sognava di realizzare una mostra con Scianna fin dai tempi della collaborazione per l’agenzia Contrasto, il fotografo prende a braccetto la bellissima modella con gli occhi verdi e la pelle ambrata e, memore della lezione di Richard Avedon e William Klein, la porta fuori dagli studi, per le strade e la riprende usando lo stesso linguaggio della street photography.

Ed ecco il mistero, l’elemento magico nell’accezione antropologica, il rituale oscuro da indagare: come può questo fotografo, che pure è stato amico di Sciascia e Cartier Bresson, incontrarsi con un frammento di realtà e tramutarla in un istante in racconto. Una storia a volte surreale, ossessiva, o grandiosa. Non a caso il nome iniziale della mostra forlivese doveva essere “La mostra delle mostre” (concettualmente simile a Il racconto dei racconti), titolo più ironico che pretenzioso, considerando che Scianna risponde alle domande cominciando quasi sempre con una battuta. Come nel caso dei cambiamenti di mezzo secolo di fotografia: «Scusi signorina, quanti anni ha detto che ha lei? ##? …Potrei chiederglielo anch’io com’è cambiata la fotografia… Pensi che io ne ho 75 e vengo da un Paese che è in ritardo di 10 su tutto».

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