Barnes, senza fiction non è la stessa cosa

È sempre complicato quando un romanziere inizia a parlare direttamente di sé, a usare la scrittura come sfogo o terapia. I risultati possono essere alquanto ambivalenti. Prendete l’ultimo Julian Barnes, Livelli di vita. E fate finta di non saperne nulla, quando iniziate a leggerlo. L’avete lasciato con Il senso di una fine, un romanzo che vi è piaciuto anche se non quanto era piaciuto al resto del mondo, ma abbastanza per spingervi a procurarvi il nuovo libro. Pieni di fiducia, anche perché la traduttrice è Susanna Basso (sempre sia lodata). Però. Però poi il romanzo non è un romanzo, ma un memoir. Almeno nella seconda parte. Nella prima ci sono racconti di storie di amore, di fotografia e di volo, personaggi storici intriganti ma un po’ eccessivi, molto ottocenteschi, molto feuilleton ma raccontati con sentimento autentico, alla ricerca del rapporto d’amore. Tutto un po’ patinato, per la verità, un po’ troppo bohemien, un po’ già visto. Soprattutto, un po’ senza senso profondo. Perché? Perché raccontare queste storie in chiave Harmony per veri intellettuali? Poi arriva il centro vero del romanzo, pardon, del libro. Ed è uno sfogo misurato e implacabile, un racconto dettagliato fino a essere a tratti chirurgico, certamente doloroso. L’argomento è quello della perdita, la morte dell’amatissima moglie. Un dolore profondo che racconta di un amore unico ma che non dice, sul dolore, nulla di nuovo e nulla di utile, nel senso di terapeutico per chi legge. Chi legge si può ritrovare a tratti in quel sentimento, non si può non riconoscere l’abilità di chi riesce, grazie alla sua professione, quella di scrittore, a usare le parole giuste nell’ordine giusto nel momento giusto. Ma a tutte quelle parole non riesce a dare nuovi nomi, non riesce a dipingere immagini inedite. Il mito di Orfeo ed Euridice è del tutto inadeguato, scrive Barnes. Quindi, qual è il nuovo mito? E va bene, ok, chiaro che dire qualcosa di nuovo su un tema come la perdita della persona amata è forse, semplicemente impossibile. Però, però c’è il fatto che Julian Barnes non è mica nostro amico, né ha fatto nulla per diventarlo. Non è mica un personaggio di un libro, che abbiamo modo di fare nostro, con cui entriamo in confidenza, magari in conflitto ma che comunque mette in gioco una parte di noi. Julian Barnes è lui, lo scrittore, non un suo personaggio. E noi ci troviamo ad ascoltarlo come talvolta ascoltiamo gli sconosciuti sul treno che ci raccontano le loro disgrazie, un momento di umana vicinanza e poco più, dove quel di più è ovviamente l’ammirazione per l’impeccabile fraseggio.

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