House of Cards, tomo I e II di tre

Senza la serie con Kevin Spacey non l’avrei scoperto, però la serie  non l’ho vista (lo farò, prima o poi, a questo punto non prima di avere finito la trilogia però). Parlo di House of Cards che,  prima di diventare una serie tv di successo planetario che racconta retroscena della Casa Bianca e del parlamento di Washington, è appunto una trilogia di romanzi. British, molto british. Ambientati a Londra, nella House of Commons dove il Whip Master, ruolo che lo stesso autore Michael Dobbs ha ricoperto, Francis Urquhart riesce nell’impresa di spodestare il primo ministro, succeduto alla Thatcher, con uno spregiudicato uso di stampa, conoscenze, ricatti. È da pochi giorni uscito il secondo tomo in Italia sempre per Fazi (traduzione di Stefano Tummolini). E anche qui il tema è lo stesso: potere come fine ultimo a se stesso, per il quale qualsiasi mezzo è lecito e la cospirazione regna sovrana. La House of Cards è la metafora ovvia di un castello di carte dalle fondamenta fragilissime, che poche mosse azzeccate e spregiudicate possono far crollare senza che nessuno fuori capisca davvero cosa stia succedendo. Niente, visto attraverso la lente della lotta al potere, è ciò che appare. Nessuno, andando alle urne, sa davvero per chi o cosa sta votando, né perché. Stampa, sondaggi, gossip, tutto può essere manipolato. Mi ha fatto pensare  al finale di 1984  che negli anni mi sono sempre più spesso ritrovata a pensare che fosse la risposta a tante domande. Sia chiaro, Dobbs non è Orwell, e la profondità della loro opere non è paragonabile: il primo non si addentra nei meandri delle conseguenze di ciò che accade sul piano sociale, umano, intellettuale, del resto, non ci racconta una distopia attraverso cui capire il nostro stesso mondo. In House of Cards non ci sono personaggi indimenticabili per lo spessore psicologico e nemmeno se ne trova uno in cui immedesimarsi empaticamente, a meno che forse non si sia la segretaria particolare di un utile idiota cocacinomane. Tutto è funzionale alla storia che gioca con molti cliché (a volte, con quelli femminili soprattutto, rischia davvero il banale). Eppure,  funziona, il libro è avvincente per il bel meccanismo di incastri, per un protagonista comunque memorabile per scaltrezza e ferocia e perché ci illude di raccontarci qualcosa di ciò che accade nei palazzi. E costringe noi italiani almeno a qualche paragone poco lusinghiero.  Perché per funzionare il libro ha bisogno di raccontare un sistema dove esiste una stampa almeno in parte libera e autonoma davvero e dove le concentrazioni editoriali sono percepite come un problema, un’opinione pubblica  sensibile su certi temi come l’ipotesi che un politico commetta reati di qualsiasi tipo, un elemento almeno formale di etica nella gestione della cosa pubblica per cui non si può nemmeno sospettare che un parlamentare agisca a proprio vantaggio,  un’opposizione che davvero non perde occasione per mettere in crisi il governo in Parlamento. Tanta roba, se pensiamo all’Italia di oggi.

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