Il vicequestore Rocco nell’Italia di oggi

Eccolo, il vicequestore Rocco Schiavone protagonista di quattro romanzi di Antonio Manzini (tutti editi da Sellerio)  un  personaggio  seriale capace di non farsi troppo odiare, con un numero di idiosincrasie sopportabili (anche se davvero, si comprasse un paio di scarpe come si deve saremmo tutti felici), un livello di maschilismo un po’ sopra la soglia ma comunque verosimilmente assai vicino alla media dei suo coetanei (tra i 45 e i 50 anni, la crisi di mezza età è dietro l’angolo), con un trascorso di sofferenze in grado di suscitare empatia vera nel lettore. La sua personale interpretazione del rispetto della legge è quella di chi sta dalla parte dei buoni, ma non proprio senza macchia e senza paura. Sì insomma, un personaggio letterario fatto e finito, corredato di fantasmi e manie personali ma tutto sommato gradevole. E nonostante la scelta della location per le storie possa apparire come un escamotage letterario un po’ arrischiato, perché non è facile immaginare che nell’imbiancata Aosta e nei suoi dintorni ci siano tanti misteri da risolvere (anche se poi, a ben pensarci, il delitto che più forse ha fatto parlare l’Italia nel nuovo secolo è sicuramente quello di Cogne), le quattro storie di cui Schiavone è protagonista sono quattro spaccati molto ben riusciti dell’Italia di oggi. Dove la mafia penetra nelle aziende sane del nord nei momenti di crisi, i negozi con le commesse svampite servono a coprire riciclaggi di denaro sporco, dove gli uomini nel segreto di casa loro picchiano la moglie in preda a deliri di onnipotenza, dove la droga gira nei camion insieme a carichi umani dei cosiddetti “clandestini”, di una società dunque dove il delitto e il male affiorano anche laddove non vorresti o non te lo aspettaresti. Dove dietro il lusso si annida la corruzione. Il tutto raccontato giocando con i clichè senza mai scadere nello scontato, con una scrittura fluida, personaggi di contorno macchiettistici al punto giusto, dialoghi frizzanti, il disvelamento finale, più o meno consolatorio, piuttosto scenografico. E come non bastasse a un certo punto entra in scena pure un cucciolo “carino e coccoloso”. Ed è per questo che quasi senza accorgecene, tra un sorriso e una fitta di nostalgia, tra una battuta sarcastica e una scena comica, nel cercare di carpire innanzitutto il segreto che cela il protagonista, ci troviamo costretti a ripensare un po’ al mondo che ci circonda. E magari  al trafiletto dell’arresto letto sul giornale e  liquidato senza troppa cura. Manzini ci mostra che  dietro ogni piccolo crimine c’è una storia che vale la pena di essere conosciuta e raccontata. 

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