“Dopo le fiamme”: guizzi di genio nella narrazione di Fernando Aramburu

Dopo Le Fiamme ArambruruChi ha amato quel meraviglioso affresco che è Patria o la sperimentazione narrativa di Anni Lenti, esce in Italia, a tredici anni dalla pubblicazione in Spagna, anche Dopo le fiamme di Fernando Aramburu (ed. Guanda; traduzione Elisa Tramontin) .

E torna a parlarci di età e di terrorismo dal punto di vista di chi ne ha subìto gli effetti più devastanti, dalla parte di vittime sopravvissute e dei loro cari.
C’è la famiglia che va a prendere dall’ospedale una ragazza di 29 anni che un anno prima si trovava al bancomat durante un’esplosione e ormai ha definitivamente perso l’uso di una gamba. E con la gamba ha perso molto altro e finirà con il perdere anche il fidanzato e la prospettiva di un matrimonio. Ci sono i condomini di un assessore bersaglio dei separatisti che lanciano bombe incendiarie, c ‘è la paura, ci sono le persone costrette a lasciare le loro case perché sospettate di essere filocastigliane, c’è il figlio ormai cresciuto di una vittima uccisa a sangue freddo proprio davanti ai suoi occhi di bambino di nove anni.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta ci sono due uominiche dividono una stanza d’ospedale. Uno è stato vittima accidentale di un attentato, l’altro, scopriremo, ha il figlio in carcere. E ci sono le madri dei carcerati.

Per ogni racconto Aramburu sceglie un registro diverso, una forma di scrittura diversa, il narratore in terza persona, una prima persona in forma di diario, una forma di dialoghi teatrali. Ed ecco che appunto anche se non è Patria, un romanzo immenso e summa, Dopo le fiamme è un libro che sembra quasi una raccolta di schizzi preparatori al grande capolavoro e in ognuno di essi si può apprezzare il guizzo di genio dell’angolazione, del punto di vista defilato che da uno scorcio di pochi istanti riesce a raccontarti il dramma di vite intere spezzate, modificate, compromesse per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, soprattutto per essere nati, vissutii n una terra martoriata e sofferente, divisa nelle viscere.

Perché anche da questi racconti ciò che emerge è la profondità dell’indipendentismo, l’appoggio che gli abertzale avevano tra la popolazione, tra quelle madri e quelle donne così energiche (e spesso insopportabili), tra i preti, tra gli avventori del bar. Come in fin dei conti tanti ragazzi siano stati anch’essi vittime del luogo e del momento in cui sono cresciuti e siano finiti in carcere, in vite altrettanto spezzate e non possano essere liquidati come banali criminali.
Lo sguardo laterale ma allo stesso tempo profondissimo di Aramburu ce lo impedisce.

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