Un giallo che va in profondità. E che merita di essere letto con attenzione

 

Quadranti Libro VillarArriva finalmente anche in Italia, pubblicato da Ponte alle grazie, Domingo Villar con il romanzo L’ultimo traghetto (per la traduzione di Silvia Sichel).

Autore molto amato in Spagna e già tradotto in altre lingue, classe 1971, scrive in gallego e spagnolo e ambienta i romanzi nella sua città d’origine, Vigo. Qui si muove il suo ispettore Leo Caldas, calmo, lento e riflessivo, per quanto il suo aiutante è focoso e dai modi bruschi e spicci.

Il mistero, che si dipana per oltre 600 pagine, ruota attorno alla scomparsa di una ragazza, non si sa nemmeno se volontaria o meno, denunciata dal padre, primario d’ospedale molto noto in città. Sulle sue tracce Caldas percorre la città che si affaccia sull’oceano Atlantico a passo lento, in una sequenza di capitoli brevi e brevissimi che ci regalano squarci di vita quotidiana e una trama che sembra non aver fretta di decollare.

Un giallo dove non è l’azione né la suspense ad avere la meglio, ma piuttosto una profondità, una riflessione sugli spazi, gli esseri umani, la vita, il caso, le scelte individuali e collettive. Personaggi tratteggiati con cura, talvolta fuori dagli schemi, altri così ordinari eppure mai banali, che hanno scelto di fermarsi in quel lembo di terra così unico e suggestivo.

Dalla scoperta di una città deturpata da un’amministrazione cieca e avida (che potrebbe renderla tanto italiana) nei decenni passati, all’ambiente di una scuola di Arti e mestieri per persone alla ricerca di una seconda occasione, Villar ci accompagna in un viaggio di cui non vogliamo perderci un solo particolare, spinti dalla voglia di seguire l’indagine ma anche di conoscere meglio il protagonista, sorpresi da un finale inaspettato a cui si arriva dopo una sorta di accelerazione nell’ultimo terzo di libro.

Ad accompagnare la lettura, all’inizio di ogni capitolo, una parola chiave che viene definita in tutte le sue accezioni e che ci chiede di fermarci, di misurare le parole, di considerarle, rivederle, andare a cercarle nell’uso che ne fa l’autore all’interno di quello stesso capitolo cogliendone ogni sfumatura.

È come fare un respiro a pieni polmoni prima di immergersi nel libro, che si ripete e ritma così la lettura, ci dà energia e allo stesso tempo ci costringe a rallentare, ascoltare con attenzione, a soffermarci sul dettaglio.

Non stupisce che l’autore abbia impiegato otto anni per scriverlo e davvero merita un tempo di lettura congruo che ci permetta di goderne appieno.

L’auspicio è che dopo questo primo libro arrivino presto anche altri romanzi di questo autore per poter continuare a farci accompagnare da Leo Caldas per le strade di Vigo.

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