«Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto»: con queste parole, riportate più o meno similmente da varie testate dell’epoca, terminò la prima esecuzione di Turandot, ultima opera composta da Giacomo Puccini. Correva l’anno 1926 quando, in un 25 aprile (100 anni tondi!) ben lungi dall’essere festa nazionale, al Teatro alla Scala si mise in scena l’ultima fatica pucciniana.
Come ben si evince dalle parole del direttore parmigiano, infatti, l’opera ambientata in Cina «al tempo delle favole» rimase incompiuta per la morte del musicista lucchese. In effetti Puccini, accanito fumatore, morì di carcinoma laringeo il 29 novembre 1924 a Bruxelles, lasciando priva del finale quella Turandot sulla quale ancora stava lavorando.
C’è chi, però, afferma, non senza qualche ragione, che il vero motivo dell’incompiutezza dell’opera sia da ricercarsi non nella malattia del creatore, ma nella debolezza della sua costruzione drammaturgica, denunciata anche da Theodor Wiesengrund Adorno, una delle menti più brillanti del Novecento, in una feroce critica alla prima esecuzione francofortese ove la definì una «Bühnenweihfestspieloperette» («operetta drammatico-sacra per le scene»). Non proprio una dichiarazione d’amore…
Nonostante ciò, Turandot resiste: vince le critiche della critica, viene completata (forse discutibilmente) da più di un musicista e rimane in sella ai cartelloni fino a oggi, tanto che, anche se nessuno si ricorda di Ping-Pong-Pang o di Altoum, sicuramente ogni individuo «dal Lilibeo all’Alpi» conosce l’iconico Vincerò cantato intimamente dal principe Calaf e trasfigurato in un belluino urlo nazionalpopolare da un continuo ricircolo televisivo che, invero, ha contribuito alla sua diffusione.
A dispetto del fatto che l’opera a numeri chiusi sia, nei fatti, già stramorta, Puccini, però, sa bene che l’italico pubblico deve andare a casa col motivetto da fischiettare e poi cantare sotto la doccia, perciò sapientemente semina, come Pollicino, delle arie incastonate in una struttura continua, come zaffiri circonfusi dall’oro di un anello.
Tu che di gel sei cinta, l’accusa di Liù a Turandot, Bloody Mary pechinese, è l’ultima di queste gemme che conduce al corteo funebre oltre il quale Toscanini non osò varcare, colonne d’Ercole che Puccini aveva oltrepassato in spirito e che consegnano all’umanità una delle più iconiche opere che il Novecento italiano abbia mai creato.



