La metà delle persone che accedono al pronto soccorso dell’ospedale di Ravenna non dovrebbe farlo perché ha bisogni di salute che non competono a un reparto di emergenza, sono i cosiddetti “accessi inappropriati”. Lo hanno detto oggi, 11 giugno, il primario del reparto di Ortopedia dello stesso ospedale, Alberto Belluati, e il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, in occasione della presentazione del completamento dell’ampliamento del Ps del Santa Maria delle Croci. Una spesa di 9,4 milioni di euro per aggiungere 1.500 mq e arrivare a 4mila totali per avere più spazi per 85mila accessi all’anno.
Il primo riferimento numerico è dato dai residenti nel distretto di Ravenna che comprende il comune capoluogo, Russi e Cervia: 197mila persone (la metà della provincia). L’ospedale di Ravenna ha 530 posti letto e nel 2025 ha accolto 23mila ricoveri, di cui il 64 percento inviato dal pronto soccorso. I dati diffusi dall’Ausl dicono che nel 2025 i codici rossi del Ps di Ravenna sono stati il 4 percento degli accessi, mentre il 53 percento è fatto da codici bianchi e codici verdi, cioè i meno gravi. Il resto della fotografia è dato dal 36 percento di azzurri differibili e dall’8 percento di arancioni urgenti. Sommando rossi e arancioni si arriva circa 10mila persone.
De Pascale ha parlato di un «50 percento di accessi inappropriati» e ha voluto sottolineare la differenza nella percezione del livello di assistenza del Ps in base alla gravità della condizione con cui si deve fare i conti: «Cambia molto se si arriva al pronto soccorso in pericolo di vita o non in pericolo di vita». Più volte in passato l’ex sindaco di Ravenna ha ricordato di dovere la propria vita alla qualità della sanità in Emilia-Romagna: nel gennaio 2011, quando aveva 25 anni, finì in coma dopo un incidente stradale.
Belluati, primario di Ortopedia, nel suo intervento non ha usato mezzi termini: «A mio avviso la metà di chi si presenta al pronto soccorso non dovrebbe essere lì, perché ha bisogni che possono essere trattati altrove o con altri tempi». A margine dell’incontro, il medico è entrato maggiormente nel dettaglio: «Al Ps arrivano persone con piccole ferite che sarebbero medicabili anche a casa». Per Belluati è un tema da affrontare a monte: «Dobbiamo educare i cittadini, dobbiamo spiegare l’uso corretto dei servizi sanitari del territorio e raccontare la qualità dei nostri reparti. Non lo sta facendo nessuno e questo è una mancanza».
Le attese di ore al pronto soccorso – che in alcuni casi riportati dalla cronaca locale si sono protratte anche oltre le 24 ore – sono un dato di fatto ormai consolidato a conoscenza anche dei veritici dell’Ausl: «Ci sono persone che scaricano un film su Netflix prima di arrivare – ha detto Andrea Strada, primario del reparto Ps – e lo guardano mentre aspettano in sala di attesa».
Secondo Strada è ovvio che in Ps ci siano patologie non urgenti: «Rispondiamo a bisogni differenti, anche a quelli cogenti di chi è impossibilitato, purtroppo, a trovare risposte altrove e viene da noi sapendo che deve aspettare. Il pronto soccorso è diventato un posto di protezione sociale che tratta anche casi di disagio psichico-comportamentale acuto, povertà sociali, marginalità, persone migranti».



