giovedì
11 Giugno 2026
intervista

«I musei non conservano cenere, custodiscono il fuoco»

I cent’anni del Museo Francesco Baracca tra storia, leggenda e propaganda. Ne parla il direttore Massimiliano Fabbri alla vigilia dell’inaugurazione dei nuovi spazi

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100 anni di Museo Baracca. A Lugo si festeggia il centenario del luogo che trasmette la storia e la memoria dell’aviatore Francesco Baracca, morto in combattimento durante la Prima Guerra Mondiale: mostre, spettacoli ed eventi (il calendario a questo link) per ricordare il 16 giugno 1926, giorno di apertura dell’istituzione che ancora oggi narra uno dei protagonisti della storia locale e nazionale. Abbiamo intervistato il direttore Massimiliano Fabbri.

Come nasce il museo? Quali sono i primi momenti della sua storia?
«Fu inaugurato il 16 giugno 1926, partendo da quanto aveva conservato innanzitutto lo stesso Baracca quando era in vita e poi dalla sua famiglia, in particolare la madre: cimeli, pezzi di aerei abbattuti, oggetti e lettere che raccontassero la Grande Guerra, il volo, Baracca stesso. Lui era da subito diventato conosciuto, siamo in un’epoca in cui gli aviatori giocano un ruolo fondamentale, danno fiducia agli uomini al fronte e i suoi 34 abbattimenti, un record tutt’oggi ineguagliato, risuonavano lontani sul Carso. La madre si fa poi tramite della sua memoria, nel 1924 dona a Enzo Ferrari il cavallino rampante nero (che Baracca prende dallo stemma del Piemonte Reale), la famiglia lascia casa Baracca al Comune di Lugo per renderla uno spazio di memoria, ricerca, aggregazione, tutt’intorno alla leggenda che nel frattempo l’ereo di guerra era diventato; anche se il museo si sposterà lì solo nel 1993 (dalla prima sede nella Rocca estense, ndr)».

Quale elemento della sua memoria è importante ricordare? Com’è stato usato per propaganda e iconografia dal regime fascista?
«La collezione Baldini di più di 2mila cartoline sulla Grande Guerra e i primi decenni del ‘900 in Italia, continuata oggi dallo scrittore Eraldo Baldini, nipote, racconta bene questo fenomeno. Baracca veniva disegnato e rappresentato in un momento in cui l’analfabetismo ancora dilagava, per infondere sicurezza nello sforzo bellico. Sabato 13 giugno inauguriamo una mostra di aeropittori futuristi, Baracca è ritratto da diversi di loro. Noi riportiamo un mito, una storia di martiri: è morto a 30 anni, in guerra, volando, fu raccontato nell’orazione funebre di D’Annunzio come un ubermensch nietzschiano, un uomo macchina tutt’uno con l’aria e la terra. È divenuto quindi un elemento propagandistico dopo la guerra per il regime fascista e la retorica razional-futurista su cui si basava. La sua statua bronzea qui a Lugo fu inaugurata nel 1936 dal regime, opera di Domenico Rambelli. Dà vita forse all’unica piazza metafisica d’Italia, con la Rocca, il porticato, i 27 metri di ala rivestita in travertino alle sue spalle, un quadro di De Chirico che prende forma. Lui non era però una figura divisiva, dalle lettere lo si evince, è chiaro che la sua immagine e il suo ricordo sono state usate per anni per diversi scopi, ma molte volte se ne fa un racconto non accurato».

Arte e guerra, che rapporto hanno in lui? Cosa lo muoveva al fronte?
«Lui è figlio di una famiglia aristocratica alto borghese, suo padre grande commerciante di vino con molti terreni, sua madre Contessa. La sua educazione è umanistica, frequenta il liceo classico a Firenze, gode di un privilegio che gli permette di conoscere il mondo e le nuove tecnologie. Il suo brevetto di volo civile lo consegue in Francia a Reims, nel 1913 in Italia prende quello militare, rimane però appassionato di musica, suona il violoncello; alcune parti di certe sue lettere richiamano dei tratteggi alla Goethe nelle descrizioni dei paesaggi, delle giornate, quando è nelle grandi città sta bene. Non era un interventista, ma voleva partecipare alla guerra italo-turca del 1911 in Libia, e durante la Prima Guerra Mondiale, dopo il 30esimo abbattimento, scrive di essere in vena di spazzare il cielo. Non è un uomo piatto, i due elementi trovano spazio nella sua vita, non certamente però in egual misura».

Chi è il pubblico di oggi di un Museo dedicato a lui?
«Il nostro è un museo con tante direzioni, una parte dedicata alla sua vita, un’altra alla memoria. La platea quindi è eterogenea, appassionati di storia, tecnologia, aviazione, automobilismo.

Quanti visitatori ci sono ogni anno?
«Circa 10mila, ma potrebbero essere di più: non abbiamo spazi per mostre temporanee, ci appoggiamo per esempio alle Pescherie della Rocca, ma ci stiamo lavorando. Sabato presenteremo un primo restauro di una parte, in stile Art Nouveau, della sede del museo, proprio per cercare di ampliare le nostre capacità espositive».

Come evolverà il concetto di museo in un mondo sempre più artificiale?
«Un museo prima di tutto è luogo dove nascono domande, un occhio guarda al passato, uno al futuro. Sono gli oggetti e le persone a raccontare storie, in modo concreto, lontano dall’artificiale, e sono le storie stesse a tenere tutto insieme. Cerchiamo una dimensione di stupore e meraviglia, una sorta di wunderkammer che sia in grado di parlare a più epoche. I musei non conservano ceneri, custodiscono il fuoco».

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