Con Ensemble La Dafne le armonie del primo Seicento ritrovano una folle bellezza

Ensemble La Dafne

Ensemble La Dafne (foto Luca Nicoli)

La Follia è un concetto molto caro al Barocco. La grande pratica della prassi esecutiva legata a questo periodo storico ha probabilmente permeato non solo gli strumentisti, ma anche le alte sfere di Accademia Bizantina tanto da partorire per la stagione musicale “Libera la musica 2018/2019”, una serie di cinque appuntamenti uno più incredibile dell’altro.
Si badi bene che questa cinquina di concerti è pensata come un vero e proprio climax di pazzia che da un “banale“ concerto per cantante e orchestra arriva a una duplice, incredibile, fine (prima il salterio e poi la tiorba saranno indiscussi protagonisti degli ultimi appuntamenti).

Il secondo concerto della stagione, andato in scena a Bagnacavallo il 29 gennaio scorso nel bel teatro Goldoni tristemente poco popolato di pubblico, ha portato alle orecchie del popolo romagnolo un bel centone di musiche del primo Seicento: in particolar modo gli astanti hanno avuto l’opportunità di godere di un ottimo inquadramento sonoro di ciò che si poteva ascoltare in una delle città musicalmente più importanti di tutto il Lombardo-Veneto, Mantova.
Il concerto era infatti incentrato sulla figura di Salomone Rossi, compositore ebreo che svolse quasi per intero la sua opera nella città dei Gonzaga. Alternato alle composizioni di Rossi ci sono stati altri esempi di musica da camera adeguati all’idea sonora mantovana: la famosa Ciaccona di Antonio Bertali, il brano più virtuosistico della serata, la bellissima Canzon a tre di Francesco Cavalli e la celebre Sonata sopra “la Monica“ di Biagio Marini, sublime compositore troppo spesso poco considerato.

Il gruppo musicale impegnato sul palco del Goldoni era l’Ensemble La Dafne, formato da valentissimi musicisti. Quello che ha colpito maggiormente è stata la differenza timbrica dei due violini, il soave suono di Stefano Rossi si sposava in un’alchimia particolare con il suono sorprendentemente pungente e peperino di Ayako Matsunaga, mentre la viola da gamba suonata da Rosita Ippolito regalava una colorazione timbrica ora severa, ora nostalgica. Interessante la sezione del continuo formata dall’immancabile clavicembalo, suonato da Valeria Montanari, e dalla tiorba di Fabiano Merlante.

Nella Corrente detta “L’ingannatrice” di Martino Pesenti è stato raggiunto indiscutibilmente l’apice della bellezza di questo concerto: la delicatezza con la quale è stata suonata ha potuto far apprezzare ai presenti le molteplici sfaccettature che si ritrovano in ogni composizione del periodo barocco. Un dettaglio di poco conto, ma che influisce sulla ricezione del concerto da parte degli spettatori, è però la composizione stessa del programma proposto.
Pochi sono stati i guizzi folli, forse da esecutori così attenti ai dettagli di questa musica sarebbe stato interessante apprezzare qualche affetto più arrembante all’interno del programma. Per fortuna la qualità e del repertorio e degli strumentisti era talmente elevata da far uscire il pubblico felice per aver partecipato a questa dimostrazione di bellezza.

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