Facciamo il “punto”: da Károlyi fino a… Totò

«Punto, due punti! Ma sì, fai tre che abbondiamo» diceva il protagonista in Totò, Peppino e la… malafemmina dettando la celebre lettera che più di un sorriso ha strappato a generazioni di spettatori.
Questa notissima battuta racchiude inconsapevolmente una verità musicale sulla traduzione grafica del pensiero sonoro.

Il punto è, in effetti, uno dei segni più intriganti della scrittura musicale.
Facendo partire l’indagine dall’origine gregoriana, si ricorderà che in latino si diceva punctus contra punctum per indicare quel modo di comporre che ancora oggi nel nome manifesta la sua ascendenza: il contrappunto che altro non è che la conduzione indipendente delle parti secondo regole ben codificate (la fuga è forse l’esempio più noto e più moderno i cui campioni più celebri sono da ritrovarsi nelle composizioni di Johann Sebastian Bach). In questo caso, la parola punctus, però, non era legata all’idea moderna di punto, bensì afferiva al concetto che oggi riassumiamo nella parola nota.

La seconda accezione, invece, è foriera di mutazioni temporali.
È il punto posto di fianco a una nota a prolungarne il valore in modo da semplificare e snellire la scrittura musicale: questa, infatti, si è evoluta partendo da questo concetto, essere chiara risparmiando inchiostro e carta (che solo nell’ultimo secolo vengono scialacquati!).

Terzo e ultimo esempio è il punto posto sopra (o sotto, non importa) la testa della nota.
Questo è un segno di articolazione che Ottó Károlyi nella sua Grammatica della musica definisce come «staccato, cioè suono breve, come pizzicato», mentre Domenico Serantoni nel suo Trattato sui fondamenti della teoria musicale afferma che «le figure con sopra un punto […] perdono metà del loro valore».
Nella pratica, però, ciò si traduce in un’incredibile varietà di sfumature dipendenti da fattori disparati quali, per esempio, la velocità e il carattere del brano, o anche la combinazione con altri segni per giungere, perfino, a differenze interpretative secondo le prassi esecutive delle varie epoche.
Ecco quindi i tre punti di cui parlava Totò.

C’è un extra, però: il punto coronato (altrimenti detto corona) che, per tornare a Károlyi, indica che «la durata della nota sopra cui si trova deve essere prolungata».
Si capisce, quindi, perché c’è il rischio di perdere la cappa per un punto!

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