La bella rappresentazione del Simon Boccanegra, nonostante qualche difficoltà dell’orchestra

SimonBoccanegra Ph GianniCravediGiuseppe Verdi è stato senza dubbio uno dei più importanti operisti italiani, non solo per la bellezza delle musiche composte, ma anche e soprattutto per la capacità di approfondire sonoramente il contenuto testuale dei libretti. Un bell’esempio di questa dote del compositore emiliano è Simon Boccanegra, opera che ha chiuso la stagione operistica del Teatro Alighieri di Ravenna con la bella rappresentazione del 4 marzo.

Il cast necessario per questo melodramma che storicamente ebbe poca fortuna nonostante il rifacimento di gran parte del libretto e di diverse scene è quasi interamente maschile e in virtù della complicata trama, l’impegno attoriale degli interpreti non è per nulla secondario. Sotto questa luce splende il baritono Kiril Manolov, convincente protagonista, che nel finale regala al pubblico la magia di una mezza voce elegante come raramente si sente. Non male il basso Mattia Denti nel ruolo di Fiesco, che, nonostante un appannamento nel registro grave ad inizio recita, si riscatta con un eccelso terzo atto. Clarissa Costanzo è un’Amelia dalla voce adeguata alla luce dell’opera: l’esordio appare incerto, ma il soprano acquista sicurezza a ogni nota. Diverso il discorso per il Gabriele di Ivan Fabiani: buon attore con una bella voce, tuttavia bisogna prender coscienza che ad un cantante non sono richiesti solo gli acuti, ma un’estensione omogenea da cima a fondo. Ernesto Petti, al contrario, non ha nella bellezza del timbro il suo punto di forza, ma riesce a trasformare questa criticità in modo da caratterizzare l’antagonista Paolo sin dalle prime note.

La regia firmata da Leo Nucci e Salvo Piro è essenziale nella sua bellezza e valorizza i particolari del melodramma: su tutto spicca l’ambientazione del terzo atto, una finestra sul porto genovese con tanto di nave in balìa dei flutti, merito delle scene di Carlo Centolavigna.

L’Orchestra dell’Opera Italiana è a tratti confortante, ma nel complesso dimostra un’intonazione non sempre lecita e manifesta qualche difficoltà nel fondere le singolarità dei musicisti nell’unità richiesta dal leviatano chiamato orchestra. È stata palese la fatica del bravo direttore Pier Giorgio Morandi di ridurre a più miti consigli i musicisti, avendo però fortune alterne. Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati è sempre più una certezza e anche in quest’occasione non delude lasciando un’importante impronta non solo canora, ma anche scenica.

In cauda venenum: per la prossima stagione si auspica un pubblico più coinvolto dall’intera esecuzione che attento solamente all’arte circense dell’acuto.

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