De Gregori e i confronti impossibili

Ero già abbastanza fan di De Gregori quando sentii per la prima volta la cover di “Generale” fatta da Vasco Rossi. Fu uno dei momenti-chiave della mia formazione al trash italiano consapevole, un momento di quelli in cui la mia volontà mi spingeva verso il so bad it’s good. Avevo intorno ai 17 anni e una sera di tarda estate Canale 5 trasmise un concerto integrale del Blasco a San Siro. Il concerto si chiamava “Rock sotto l’assedio”, una sorta di manifestazione contro la guerra in Bosnia senza movimenti pacifisti coinvolti, «un concerto contro la guerra e contro tutte le guerre», secondo le parole del cantante (intervistato da Red Ronnie). Il quale, dalla stessa intervista, ammetteva di aver pensato di fare il concerto per poterlo aprire con una cover di “Generale”. Vi riporto anzi le parole esatte del KOM, che conosco praticamente a memoria (avevo registrato il VHS e continuavo a guardare la parte in cui parlava di “Generale”) e che potete trovare su Youtube:  «“Generale” è una canzone meravigliosa come tutte quelle che ha fatto De Gregori ma mi sembrava che con “Generale” addirittura quando io ho pensato di fare il concerto “Rock sotto l’assedio” ho pensato che la cosa più bella era cominciare con “Generale” cioè quasi, capito, se non mi veniva l’idea di cominciare con “Generale” non avrei neanche fatto il concerto, capito, per assurdo, perché… geeeneeerale dietro la collina, capito? Perché è dietro la collina, capito? La guerra, capito? Questo vuole anche dire, ragazzi, la guerra è dietro la collina. Non è che voglio dire che dobbiamo andare a combattere per la Bosnia o non combattere per la Bosnia, voglio dire, è dietro la collina, capito? Ci sta la guerra buia ed assassina. E in mezzo al praaato c’è una contadina, e qui c’è la poesia, e io sinceramente scelgo la poesia».
Fortunatamente l’ho potuta prendere sul ridere. Conobbi “Generale” ai boyscout, era una di quelle canzoni che qualcuno ogni tanto tirava fuori da cantare assieme. Per la mia mente di ragazzino era una canzone che parlava della guerra e di scopare le infermiere e nei dodici anni andava più che bene. Non è mai stato quel che si dice un pezzo di nicchia, ma i ragazzi con cui uscivo conobbero “Generale” per via della cover di Vasco Rossi. Sul serio. Credo di avere avuto perfino discussioni su questa cosa, voglio dire, ero già un po’ fan di De Gregori in generale, avevo persino ascoltato un paio di dischi interi (Rimmel e il live Il bandito e il campione, che – ironia della sorte – contiene una cover di “Vita Spericolata”). In un mondo di adolescenti questa cosa bastava e avanzava per farmi dare dello sfigato, lo sapete come vanno le cose in questi casi. Odiavo Vasco Rossi, amavo De Gregori. Ero in minoranza. Loro mi sfottevano e compravano il biglietto per sfondarsi le orecchie al concerto di Vasco. Ecco, sembra folle a dirlo così ma Francesco De Gregori e Vasco Rossi sono praticamente coetanei. Il primo è nato nel ‘51, il secondo l’anno successivo. Il primo scrisse “Generale” a 26 anni. Il secondo a 43 anni non riusciva a spiegarne il testo in lingua italiana. Ed è vero che Vasco Rossi è pur sempre Vasco Rossi e che riempie gli stadi ad ogni data, ma tutto sommato ha questo alone di umanità a cui una persona si può relazionare e magari sentircisi pure meglio. Provateci: «Ha scritto le canzoni ma sbaglia i congiuntivi».
Con De Gregori invece confrontarsi è impossibile. Come fai? Prendete me: ho quasi 39 anni, un lavoro da impiegato, una vita modesta. Il mio hobby è scrivere di musica, ad esempio oggi sto facendo questo pezzo su Francesco De Gregori. Quando lui ha compiuto gli anni che compirò io tra qualche mese, la sua carriera musicale era già quasi ventennale. Alice non lo sa esce che lui ha 22 anni. Come si fa a scrivere una canzone come “Alice” a 22 anni? Dove la prendi quella roba che sta dentro alla canzone? Incomprensibile. Io a 22 anni disegnavo (male) personaggi dei fumetti copiati di peso da Hulk, lui arrivava ultimo al “Disco per l’estate” (ed era molto vascorossiano ante litteram in questo). Il suo successo commerciale arrivò con Rimmel, che lui era già uno stagionato 24enne (io a 24 non sapevo nemmeno cosa fosse il rimmel, a parte il titolo di un disco e di una una canzone di De Gregori, forse ispirato a Rommel, il famoso generale tedesco – da cui la nota teoria secondo cui De Gregori scrisse “Generale” 5 anni prima di scrivere “Generale”). L’anno successivo al botto, dopo essere stato crocefisso da alcuni militanti di sinistra a un concerto milanese, annunciò la ferma intenzione di non suonare mai più in pubblico – e poi se la rimangiò a stretto giro, come un Kanye West della sua epoca.
Quando scoperchiò gli stadi italiani con il tour Banana Republic assieme a Lucio Dalla, aveva 28 anni: io li ho compiuti nel 2005, e la più grande conquista di quell’anno fu l’apertura del mio primo blog.
Unica consolazione: la carriera di De Gregori si è bruciata in fretta. Niente di buono se non in gioventù, il cantautore che non è mai riuscito ad uscire dall’impasse creativa in cui era caduto alla fine degli anni settanta.  Scherzo. Nel 1982 Titanic, l’anno successivo La donna cannone: roba che mandava a scuola perfino il De Gregori del decennio precedente. Nel frattempo Vasco Rossi era diventato Vasco Rossi e tutto il cantautorato più vecchio era diventato cantautorato vecchio. De Gregori ha semplicemente continuato a esistere senza fare troppo chiasso e continuando a infilare dischi di successo. E sempre belli. L’ultimo è un cover album di Bob Dylan (il Vasco Rossi americano) uscito a fine 2015, che porterà dal vivo al Carisport di Cesena l’8 aprile. Forse ci vado. Ho sentito che c’è qualcuno dei miei amici del ’95. Hanno mollato Vasco una decina d’anni fa e si sono presi una sbronza di De Andrè, Dalla, Battisti e De Gregori. Sfigati.

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