La Cosmogonia dell’indie italiano

Breve storia della scena tricolore, dalla “crisi di mezza età” fino agli occhi limpidi di Marco Jacopo Bianchi

Cosmo

Un concerto di Cosmo, atteso il 17 agosto a Villa Tarlonia

“Siamo costretti ad aspettare e sperare, nella coscienza che potremmo stare impantanati per altri dieci anni in una perenne transizione tra il nulla e il nulla”.

Verso la fine dell’agosto 2015 una rivista online mi chiese un articolo sullo stato dell’indie italiano, una sorta di vetrina di quel che stava succedendo. Risposi che non me la sentivo perché francamente non mi pareva che nell’indie italiano stesse succedendo qualcosa. «Oh, perfetto, scrivi che non sta succedendo niente in 10mila battute», mi rispose l’editor. Pensai che forse aveva senso e mi ci applicai. Nella mia testa voleva essere l’articolo definitivo su questa cosa: l’avrei scritto e poi non ne avrei parlato più. Così finii l’articolo, una cosa gigantesca di 30mila battute, e lo intitolai La crisi di mezza età dell’indie italiano. Manco 3 anni fa. Era un periodo abbastanza nero: dal punto di vista artistico non usciva niente di stimolante da anni. I gruppi si limitavano a copiarsi a vicenda, leccare il suono, infilarsi in contesti sempre più improbabili e incrementare il loro pubblico per quanto possibile. Molti di loro si infilavano più o meno a tradimento nel giro dei talent show alla X Factor, a volte come coach, a volte come concorrenti, eccetera. Virginia Ricci su Vice scriveva articoli che sostenevano una tesi (a mio modo di vedere balzana) per cui l’indie italiano era destinato ad estinguersi se non trovava il modo di comunicare efficacemente un’idea “alternativa” a questo immaginario, una narrazione che fosse abbastanza forte da sostituirsi a quella dei talent. C’era il MEI all’ennesimo reboot, c’era un torneo di calcetto tra etichette indipendenti, c’era una serata karaoke itinerante organizzata dalla gente di Rockit: sembrava tutto un celebrarsi a caso cercando di spostare il focus dai gruppi a qualcos’altro. Ai concerti l’età media continuava ad alzarsi.

Finii l’articolo e lo mandai all’editor, era il primo ottobre. L’articolo sarebbe uscito la settimana successiva. Appena tre giorni prima, il 27 settembre, un cantautore scrauso del giro off romano, tale Calcutta, faceva uscire il video di una canzone intitolata “Cosa mi manchi a fare”, dando inizio a una serie di eventi che nel giro di qualche settimana hanno reso il mio articolo la più grossa cantonata che abbia mai preso nella mia carriera di critico musicale.
Calcutta è un tale di nome Edoardo d’Erme. Sopperisce alla mancanza di virtuosismo musicale con una capacità sovraumana di scrivere canzoni e una visione semplice ed efficace della musica pop. Adora certi cantautori senza considerarli un guilty pleasure, ha testi pazzeschi che mischiano genio e ingenuità senza fare una piega. Il suo disco Mainstream diventa un classico nel giro di pochissimo tempo, travolge il giro alternative italiano e travalla nel giro mainstream. Tempo un paio di mesi dall’uscita del disco Calcutta viene assunto come autore per qualche major: scriverà pezzi per le popstar da classifica. Calcutta funziona in due modi: la sua musica è replicabilissima (giri di piano semplici, testi imbronciati e vagamente emo, linee vocali sguaiate e tirate all’osso) ma il suo stile è unico. Calcutta è classico, può scrivere per Carboni o Venditti come e meglio di Carboni e Venditti; ma è anche moderno, cutting-edge, di tendenza, palesemente riconoscibile. Non ci vuole molto perché l’unione tra articoli, approfondimenti e passaparola imponga Calcutta come una rockstar in proprio, che si trovi spesso a sovrastare per peso politico i cantanti a cui scrive i pezzi. Non ci vuole molto a capire, anche ai piani alti della discografia e nelle radio dei grossi numeri, che è più conveniente spingere direttamente Edoardo D’Erme piuttosto che limitarsi a utilizzarlo come autore. E da qui in poi si tratta solo di cercare di capire se Calcutta è una mosca bianca che agisce lontana da tutto e da tutti o il nome di punta di un movimento pronto ad esplodere. E da qui in poi il cosiddetto indie diventa una delle cose più calde del mercato musicale: i Thegiornalisti, considerati una sorta di next big thing da un annetto, esplodono a strettissimo giro. I Cani e Colapesce consolidano il loro successo, e nel giro di un anno i cloni di Calcutta iniziano a spuntare come i funghi. Cosmo arriva in questa fase.

Cosmo è un insegnante di Ivrea flippato con l’elettronica da ballo – recentemente s’è scoperto che era compagno di corso di Diego Fusaro – il cui istinto cantautorale si è andato a perdere progressivamente con l’andare dei dischi. Era il punto focale di un gruppo chiamato Drink To Me. Il suo primo disco solista (per 42, l’etichetta di Cani e Colapesce, tra gli altri) è un’opera ingenua e acerba di cantautorato elettropop, i dischi successivi si spostano progressivamente sulla gruva. Il momento in cui diventa Cosmo è L’ultima festa, estate 2016, heavy rotation in diverse radio nazionali. L’anno successivo esce “Sei la mia città” e Cosmo diventa un mammasantissima. Oggi è sostanzialmente una figura ibrida tra produttore di grido, performer e superstar dj, e pensa i suoi dischi (Cosmotronic) sulla base di quello che vuole fare dal vivo. Chi è stato ai suoi concerti più recenti è entusiasta di quel che ha visto. Credo che il principale pregio di Cosmo dall’Ultima Festa in poi sia stato di riuscire a reintrodurre un modo di scrivere la musica molto simile a quello di Battisti senza essere calligraficamente battistiano, e per giunta riuscendo a riprodurre quel bisogno di contemporaneità che ha contraddistinto tutta la produzione del Battisti adulto, declinandolo – nel suo caso – a un discorso dance adulto di scuola LCD Soundsystem. Il mio principale problema con Cosmo è che odio sia Battisti che gli LCD Soundsystem. Il mio problema secondario con Cosmo è che ho troppi anni di fanatismo musicale sulle spalle per non guardare con sospetto qualunque musica realizzata con l’obiettivo di “essere contemporanei”. Ma è davvero difficile non tifare per Marco Jacopo Bianchi: ha un atteggiamento da cazzone entusiasta e gli occhi limpidi. Funziona bene come spalla di Jovanotti e come modello alle sfilate di Dolce&Gabbana, ma anche come punto di aggregazione di una fantomatica scena Ivreatronic o in generale come punto di forza dell’indie.

Non mi rimangio le cose che scrissi in quell’articolo, ma prendo atto di aver descritto come triste e morente una situazione che nel giro di un paio di mesi si sarebbe rivelata elettrica ed eccitante. Calcutta lo scorso fine settimana ha suonato in uno stadio. I cloni di Calcutta infestano il pop italiano ad ogni livello di azione (rapper, cantanti di grido, gruppi sconosciuti). Gli altri perseguono le loro carriere facendo affidamento su un interesse mediatico che forse, per la prima volta nella storia, li supporta in massa per partito preso. Poteva andar peggio.

 

De Gregori1E a Villa Torlonia anche una tappa del tour di De Gregori

Cosmo (di cui si parla nell’articolo principale), nome d’arte del piemontese Marco Jacopo Bianchi, porterà la sua miscela tra la canzone d’autore e la musica da club, in concerto a Villa Torlonia di San Mauro Pascoli il 17 agosto nell’ambito del festival Acieloaperto. L’altro appuntamento del mese della rassegna è in programma sempre a Villa Torlonia martedì 7: sul palco Francesco De Gregori, con il suo “Tour 2018”.
De Gregori sarà accompagnato sul palco da Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte, una formazione già sperimentata in autunno nel suo tour in Europa e negli Stati Uniti ma che rappresenta un’assoluta novità per il pubblico italiano. La scaletta prevede i grandi classici di De Gregori ma anche canzoni “mai passate alla radio” e brani raramente eseguiti dal vivo negli ultimi anni.

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