Metz all’Opera House, il disco infinito o dejà vu artistico

Metz Live Opera HouseMetz – Live at the Opera House (Sub Pop, 2021)

Dall’inizio della pandemia a oggi mi sembra che i dejà vu siano raddoppiati.
Avete presente i dejà vu? Persone animali oggetti e scene di vita a cui assisti e che ti sembra di avere già visto, identici, nel passato. Immagino che il dejà vu sia in qualche modo spiegabile all’interno di uno stile di vita molto abitudinario, e che quindi la clausura abbia finito per moltiplicarli: il campo visivo si è ristretto e ha fatto saltar fuori qualche particolare a cui prima non prestavamo attenzione. Il mio preferito è senz’altro L’AIRONE: nella strada che percorro tornando dall’ufficio a un certo punto si apre un canale, e a quell’ora della sera il sole si specchia sull’acqua, e su una riva c’è sempre un airone in controluce. Non so se sia sempre lo stesso airone, o se sia sempre esattamente nello stesso punto, e non so nemmeno cosa significhi “sempre” (potrebbe essere successo due o tre volte al massimo e sembrarmi roba successa ogni giorni). In un secondo è passato.

Il punto non è mai cosa è vero e cosa è falso, ma quanta importanza diamo ai segnali che captiamo. Il grande disco dejà vu del passato recente, in ogni caso, si chiama Live at the Opera House.
È stato fatto dai Metz, un gruppo canadese di cui si è parlato molto nell’ultimo decennio: due dischi su Sub Pop, fama di ottimo gruppo live, roba di second’ordine. Nel 2020 è uscito il loro terzo disco, Atlas Vending, che ha alzato di tantissimo il livello: violentissimo, sporchissimo, approssimativo. Uno dei più grandi dischi rock del passato. Ma nel 2020 i Metz non hanno avuto molte occasioni di portarlo in giro per concerti, e hanno rimediato come potevano: suonandolo dal vivo alla Opera House di Toronto, integralmente, una traccia dopo l’altra, e hanno pubblicato la registrazione del concerto.
Non è l’unico disco del genere (ad esempio Amperland NY dei Pinegrove, uscito a inizio anno, una versione live quasi integrale di Marigold, uscito qualche mese prima). Ma in Opera House le canzoni sono ancora più violente sporche e approssimative di com’erano in Atlas, come se i Metz avessero buttato idealmente la grinta di venti o trenta concerti nell’unica serata a loro concessa.

E ovviamente è un’opera minore, senza veri punti d’interesse se non siete già fan del gruppo. Ma se non fosse così? Se i Metz avessero scoperto una miniera di opportunità sterminate? Pensate che viaggio: riascoltare 30 versioni dello stesso disco, ogni volta più violento e cattivo, a uso di un pubblico sempre più ristretto e incallito.
Opere irraccontabili, dejà vu artistici, dischi infiniti…

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