Mats Gustafsson, il sassofonista alla Dario Hubner

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Mats Gustafsson

Il 2013 è un anno un po’ particolare della mia esistenza per tanti motivi – molti dei quali riguardano la sfera squisitamente umana più che musicale, il che per me è abbastanza una novità – intendo, avere esperienze umane non necessariamente collegabili a una colonna sonora specifica. Nel 2012 comunque il disco che ho preferito è stato il bizzarro ritorno di Neneh Cherry, che invece di menarla sul revival anni ‘90 si ripresenta assieme a un gruppo jazz-metal corazzato e incazzosissimo.  Si chiamano The Thing e sono attivi da quasi dieci anni: il batterista Paal Nilssen-Love, il bassista non-mi-ricordo-mai-come-cazzo-si-chiama e il sassofonista Mats Gustafsson.

Gustafsson è il principale motivo per cui mi trovo ad ascoltare il disco. L’ho conosciuto una dozzina d’anni prima, in un periodo storico nel quale stava smettendo di fare il sessionman per la vecchia scuola free-impro-jazz (Evan Parker, Brotzmann e tutta quella gente) e iniziava a cercare di diventare una specie di satellite dell’avant-rock di quegli anni.

Mats Gustafsson è uno di quei personaggi che attraggono la gente come me: rudi e incazzosi, poco glamour, tanti risultati, tanta concretezza. Una specie di Dario Hubner musicale. Avete presente Dario Hubner? Se la risposta è “no”, probabilmente non siete di Cesena. Dario Hubner era un calciatore, in ogni caso. Non gioca più: l’anno scorso ha compiuto 50 anni. Per l’occasione è pure uscito qualche articolo celebrativo, quelle cose tipo “giocatori di culto che han raccolto meno di quanto han seminato”. In uno degli articoli qualcuno gli chiede, cito a memoria, «quali sono i tifosi che ti hanno amato di più?». Lui risponde: «Quelli che mi avevano al fantacalcio». Persona semplice, bestemmiatore accanito, poco incline alle sottigliezze. Giocava davanti, correva come se lo stessero inseguendo i poliziotti, segnava un sacco di gol. Nella storia del gioco figura come l’unico giocatore, assieme a Protti, a essere stato capocannoniere in serie A, B e C. La storia di Hubner richiama un po’ certe storie di giocatori anni 30-’40 alla Valentino Mazzola, se avete presente: quei tipi che sembravano venire dalla classe operaia, e in effetti Hubner da lì veniva. Fino ai vent’anni aveva fatto il muratore, poi era stato preso da una squadra che giocava in Interregionale, e da lì aveva scalato la catena alimentare a furia di gol. Cinque anni indimenticabili al Cesena, e poi viene comprato dal Brescia che lo fa esordire in serie A. Una specie di gag: ha già 30 anni, un’età in cui la maggior parte dei calciatori in A imbocca la parabola discendente. Alla seconda giornata ha già picchiato una tripletta, ai danni della Sampdoria. Giravano queste voci incredibili secondo cui si fumava una sigaretta tra il primo e il secondo tempo, più un birrino di circostanza a fine partita prima di infilarsi sotto la doccia. Non so quanto fosse vero, e anche se lo fosse stato non sembrava influenzare troppo il suo gioco – tendeva a giocare quaranta metri di campo a rotta di collo. A un certo punto col Piacenza fu capocannoniere in serie A, ma l’impresa non gli valse mai una convocazione in nazionale; è che certi giocatori non hanno il phisique du role, o non sembrano essere indicati per certi lavori, non so. Però ha giocato fino a 43 anni, per chiunque avesse abbastanza lungimiranza da fargli firmare un contratto. Un’altra cosa che ha sempre detto: «Ho sempre giocato per divertirmi». Qualunque sia la morale di questa storia l’ho persa sei o sette righe fa, e immagino sia un bene per tutti, ma se mi si chiede di parlare di Mats Gustafsson per me è inevitabile pensare a Dario Hubner.

L’anno 2013, dicevo: così pieno di cose extramusicali che per la prima volta mi trovo a compilare la classifica di fine anno a fine anno, senza averci pensato troppo. Alla fine di una compilazione sommaria sono sconvolto. Il mio disco preferito è la jam session The Ex & Brass Unbound, al secondo posto un bellissimo disco accreditato alla Fire! Orchestra (che sarebbero appunto i Fire! in versione allargata). Al terzo posto l’ultimo disco dei The Thing di Mats Gustafsson. Mica male essere sul mio podio annuale per due anni di fila, no? Ok, forse no. Ma Gustafsson suona anche nei dischi di The Ex e Fire! Orchestra, o meglio è un membro decisivo di entrambi i progetti. Uno così lo devi rispettare per forza. La prima volta che ho visto Gustafsson suonare è stata a uno Zufest che si tenne al TPO di Bologna a fine 2004: evento principale i Lightning Bolt, nella loro prima calata italiana. Mats Gustafsson apre la serata e spacca il culo a tutti: io di sassofonisti non ne so niente, ma questo improvvisa per tutto il suo concerto urlando dentro al sax con la gente in fotta che lo carica e le vene del collo che sembrano dover esplodere da un momento all’altro come in una puntata di Ken il Guerriero. A fine serata mi trovo a dover tener ferma la batteria dei Lightning Bolt per proteggerla dagli assalti di un esagitato biondone di un quintale che mi sta accanto, suda a torso nudo e urla bestemmie in una lingua incomprensibile. Qualcuno a fine concerto mi dice che è il tour manager di Mats Gustafsson, anche se francamente non ho mai pensato di fare fact-checking su questa particolare cosa.

Se ripercorrete all’indietro la sua discografia c’è da mettersi le mani nei capelli: ha suonato in più dischi buoni di chiunque altro io abbia conosciuto. Nonostante questo è ancora relativamente sconosciuto, o comunque costretto a lavorarsi da solo la metà campo avversaria in serie B. È che i sassofonisti non sono proprio i primi a raccogliere la gloria. Un po’ alla Dario Hubner, se ci pensate, e a lui unito in una sempiterna passione per certe grappe venete underground…

 

  • Mats Gustafsson terrà un concerto in solo (e al buio) l’11 marzo alle 18 all’Area Sismica di Ravaldino in Monte (Forlì), che il 18 marzo, sempre alle 18, ospiterà invece “VideoKlipMusik!”, progetto che mette in dialogo “il vedere, il sentire, rumori, silenzio e l’assenza di immagini”, con al sassofono Evan Parker.
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