La musica, un destino tra ponti diversi?

Non sono esattamente un tipo da passeggiate per il centro della città, mi capita di farne una ogni tanto per fare qualcosa con la mia famiglia. Non sono troppo favorevole ai musicanti di strada, ma ogni tanto mi fermo a guardarne qualcuno. Ora all’imbocco di via Diaz vedo spesso un tizio che suona la chitarra un po’ a cazzo e fa canzoni che un po’ sono cover e un po’ sono sue (o cover di canzoni che non conosco), e mi sono fatto persino il viaggio del grande musicista incompreso, del Daniel Johnston che suona come clochard in giro per le strade di Ravenna (voglio dire, che ne so io? Se stessi lì ad ascoltarlo una ventina di minuti magari mi piacerebbe tantissimo). Poco più giù c’è un tizio che per almeno due anni gli son passato davanti mentre suonava “Il testamento di Tito”, così mi sono fatto questa idea un po’ alla Werner Herzog di un musicista che suona tutti i giorni una sola canzone da mattina a sera – ci ho fatto anche un articolo una volta, dico un articolo che non è questo, un altro, parlava quasi solo di lui. Mi viene comodo perché ho bisogno di esempi concreti per spiegare l’assoluta negatività dell’influsso del FABER nella società italiana post-2000. Sto divagando. Dicevo, di solito limito le mie passeggiate a qualche giretto pomeridiano in giro per le strade del centro nella bella stagione. Quella sera invece era forse un martedì, ed era novembre o dicembre, o almeno me lo ricordo novembre o dicembre perché c’erano le luci e poca gente in giro. Era passata ora di cena, metteteci il martedì, e metteteci Ravenna – quelli che passeggiano stanno tornando a casa. Le strade hanno questa calma molesta di una città che può ancora permettersi i silenzi assoluti, con la musica che esce a malapena dalle vetrate dei pochi bar aperti e si annullano per strada con le musiche dei locali dirimpetto. La strada per me è quasi sempre la stessa, non so nemmeno io perché: c’è via Cavour, un giretto in via Salara a guardar due vetrine, sbuchi in piazza Andrea Costa, via 4 novembre fino a piazza del Popolo e poi verso Largo Firenze che è dove parcheggio l’auto. È tardi e la bambina sta iniziando a dar segni di scompenso, vuole stare un po’ in braccio e un po’ no e si siede sui marciapiedi senza badare troppo alla merda dei piccioni. Arriviamo in piazza del Popolo, è un martedì di novembre o dicembre e non ci sono ancora i catafalchi in mezzo alla piazza. Dentro i bar poca gente, perlopiù sembrano avventori fissi e gente in cerca di una serata da sbattere. C’è un bar con un pianoforte dentro la vetrata, non ci ho mai bevuto niente e non mi ricordo il nome. Nella stanza col pianoforte c’è una coppia di ragazzi, faranno la terza o la quarta superiore, stanno un po’ scherzando tra di loro, sono vestiti bene ma non benissimo – né punk né Lions Club. Lei ha i capelli lunghi e un cappottino carino. Smette di scherzare con lui mentre passiamo di fianco alla vetrina del bar, e si siede al piano. Inizia a suonare un motivo, sembra brava. Riconosco la musica.
Non ho moltissimi dischi di pianisti, a parte certe cose nordiche/ECM/jazz casuale che ho comprato a caso seguendo consigli o guardando le grafiche di copertina. Non ho alcuna competenza musicale, parlo in generale, ma sui pianisti sto davvero a zero. Quando sento qualche esperto dare dell’incapace ad Allevi credo di capire di cosa si tratti, ma non ho davvero la competenza per dargli ragione o torto. Di Ludovico Einaudi possiedo solo una raccolta e di lui non so molto; è il figlio di Einaudi editore, e il nipote di Einaudi presidente della repubblica. Ha iniziato qualche decennio fa ed è apprezzato internazionalmente. Fa musica avvolgente e solenne ma senza farti venir voglia di invadere il Kazakistan mentre l’ascolti. Organizza un festival a Verucchio tutte le estati. Sembra una persona rispettabile, anche se era dentro al video contro la pirateria girato da quei babbioni tipo la Caselli, Battiato e Ron. Lo sono persino riuscito a vedere una volta, nella piazza in alto a Longiano davanti alla Fondazione Tito Balestra.  Fu un bel concerto, nel senso che il posto è bellissimo e stavamo seduti e anche se i pianisti non sono proprio il mio, ecco, hai presente no.
La ragazza sta suonando “I giorni”. È la prima traccia di Islands, la raccolta di Ludovico Einaudi che possiedo anche io – originariamente sta in un disco che si chiama I giorni, appunto. A casa la suoniamo sempre perché sta bene di sottofondo e piace alla bimba. La musica ha spesso questa cosa di sembrare una specie di ponte tra destini diversi: è una cosa che se l’accetti ti fa un po’ buonista-new age, e se la rifiuti sei un mentecatto che si è perso una parte del discorso. Voglio dire, cosa ci puoi fare? Meglio fermarti a guardare una ragazza suonare il piano che fermarsi a guardare un incidente. Così io la mia ragazza e la bambina ci fermiamo un secondo ad ascoltare, fuori dal bar, in questo freddo porco di novembre o dicembre. Il suono arriva un po’ ovattato ma comunque chiaro, e siamo le uniche persone in tutta piazza del Popolo. Della ragazza non so niente, forse studia pianoforte al conservatorio oppure ha preso qualche lezione privata e magari questa è l’unica traccia che sa suonare, o magari la costringono a scapicollarsi su Rachmaninov e lei vorrebbe solo suonare roba tipo Einaudi. A me la gente che suona il pianoforte piace sempre, non so distinguere la tecnica, non mi interessa mai il contesto. La bimba ha gli occhi sbarrati e non capisce bene cosa stia succedendo ma riconosce anche lei la canzone. Poi la ragazza finisce in un modo un po’ brusco e si alza dal pianoforte. Mia figlia ride e applaude con su i guanti. Lei ci vede e sorride un po’ imbarazzata. Poi è ora di tornare a casa.

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