Caso e il nuovo cantautorato italiano

In  gioventù ci si muove per dare sfoggio alle più pittoresche perversioni e a un gusto per l’orrore che a volte può essere reale e più spesso nascere dal desiderio di fare i diversi e scioccare i benpensanti. Tanto per dire, a un certo punto nella vita ho avuto una fase di scimmia per i cantautori italiani. Non è durata poi molto, giusto il tempo di capire che non era la mia cosa, e ho smesso (di allora conservo solo qualche imbarazzante riflesso pavloviano, ad esempio mi metto a piangere tutte le volte che ascolto “La locomotiva”). Non è che non riesca a capire di pancia che De Gregori e Lucio Dalla siano dei grandi, ma intellettualmente ho sempre pensato che sovrastimare il cantautorato italiano ci abbia portato un mare di disgrazie e avversità, oltre che un irrisolto storico che si è esteso per decenni oltre la data di scadenza e ha generato alcuni dei più terribili obbrobri con cui la musica italiana abbia mai avuto a che fare. Vi ricordate, tanto per dire, tutto quel momento in cui il rock alternativo italiano (sull’onda di gente tipo Afterhours o Marlene, che non a caso oggi fanno il lavoro che fanno) si trovò d’improvviso ad aver bisogno di mutuare la propria espressività dalla canzone d’autore? Ecco, non mi è ancora passata l’incazzatura per certi dischi che ho ascoltato in quella fase, alcuni dei quali ancora sono considerati tra le massime opere mai prodotte dall’ingegno italico E INVECE, diocristo. E poi diciamocelo, cosa ci ha portato di buono tutta quella fase?
(aspetto che qualcuno entri e mi risponda “i Baustelle” per tirar fuori il coltello)
Insomma, a un certo punto nel giro indie uscì fuori questo ragazzetto con la chitarra acustica, tale Vasco Brondi, che si faceva chiamare Le Luci della Centrale Elettrica e urlava canzoni con testi ermetici a caso suonati con poco più che una chitarra acustica. Da una parte era il punto d’arrivo di tutta quella poetica del cazzo, dall’altro ne sembrava la critica più feroce. La roba che faceva era così semplice, comunque, che cercarono di copiarla in tantissimi. Tra i vari che si presentarono al mondo con una chitarra classica e la voce, in quella fase, c’era un ragazzo di nome Andrea Casali, detto Caso. Veniva da un passato come batterista in certi gruppi punk bergamaschi e fece uscire un disco intitolato Dieci Tracce, copertina bianca e tutto fatto con quell’atteggiamento alla valà che vai bene. L’avessi ascoltato allora probabilmente l’avrei odiato. Lo ascoltai più tardi invece: stava uscendo il terzo disco, che si chiamava La linea che sta al centro. Lo ascoltai e pensai, diocristo che scrauso. Poi l’ho riascoltato, e poi l’ho riascoltato un’altra volta, e semplificando sono lì fermo da allora.
Il cantautorato italiano è fondamentalmente di due tipi. Il primo è quello che sogna l’Italia degli anni settanta come luogo in cui era possibile fare ARTE (tutto maiuscolo) cantando delle canzoni e magari in cui il mondo fosse ancora in divenire. Il secondo è quello che è nato in seno a una certa sinistra che aspira a essere world music e canzone di protesta, a costo di autoghettizzarsi e parlare una lingua di slogan che la gente normale non capisce più da decenni. Vasco Brondi, per dire, nella testa della gente è diventato la scelta 1, il Nuovo Cantautorato Italiano, l’ennesimo piccolo e medio Bob Dylan. Non ha mai perso particolarmente terreno, ma s’è scoperto che la sua musica non sarebbe bastata a salvarci. Caso, nel frattempo, continuava a suonare dal vivo. Le sue canzoni si sono fatte riconoscibili dal secondo disco, Tutti dicono guardiamo avanti: più che un cantautore anni settanta ricorda i Violent Femmes o certi solisti/gruppi folk-punk americani che suonavano velocissime canzoni acustiche in mezzo a prati fioriti e centri sociali tra i più roots. Come mi disse una volta, «il mio concerto è lo stesso sia che mi capiti di aprire per il cantautore del momento in un posto da duemila persone, sia che mi capiti di suonare a un festival hardcore, ed è una cosa che mi piace molto». Le sue canzoni fanno piangere più di quelle degli altri, e dal vivo è il musicista preso meglio che ho mai visto suonare. Ho visto qualche musicista preso bene in vita mia, ma Caso è una classe a parte: suona i pezzi con e senza microfono, con e senza amplificazione, si butta in mezzo al pubblico, la gente canta qualche canzone, qualcuno sorride, qualcuno lo abbraccia. Lui le sue canzoni le spiega tutte, ti dice che poi ha trovato i fucili di suo nonno cacciatore, racconta tutte le storie della sua adolescenza in un posto che è molto lontano da Ravenna ma sembra proprio uguale a qui. Ci fa ascoltare pezzi che ha scritto per un amico che si sposava, e poi ti racconta che al matrimonio non c’è stato modo di suonarli perchè erano tutti sbronzi. E non importa se metà del testo è fatta perchè la capisca solo lo sposo, perchè poi lo capisci che è la più bella canzone che sia mai stata scritta per un matrimonio e che in questo momento stai sentendo il concerto di un tizio con la chitarrina ma stai anche un po’ guardando Un mercoledì da leoni. Avete presente? Quelle cose dell’amicizia maschile, aiutarsi a vicenda e ubriacarsi e sostenersi quando LEI se n’è andata via. Non è complicato. Però conosco un sacco di gente a cui queste cose non fanno un baffo e preferiscono roba più profonda, più poetica eccetera, e questo forse è il motivo per cui a Ravenna lo vedi suonare in posticini minuscoli con poca gente, tipo il Fargo o il Brainstorm o il Moog dove suonerà il 23 novembre. Ma tutte le volte che lo vedi suonare dal vivo, per quanto anonima e periferica possa essere la situazione, c’è sempre qualcuno che canticchia le canzoni a memoria e spesso quel qualcuno sono io. A un certo punto dentro le canzoni c’è finita pure Ravenna: nell’ultimo disco, che si chiama Cervino, ha inserito un pezzo che si chiama “Lario”, ispirato a Morti di Sonno di Davide Reviati. Dice che l’ultima volta che ha suonato qui poi si sono incontrati e hanno fatto un po’ serata assieme, e il giorno dopo ha fatto un giro al villaggio Anic per vedere di persona i posti di cui canta. Che se sei un cantautore così e tiri per la tua strada magari succede anche che in gita ti mandino in dei posti un po’ sfigati, diciamo così.

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