Marco Mengoni e lo sdoganamento di un certo modo di fare pop

Mengoni2La visione classica dell’industria musicale italiana è quella di un sistema culturale a caste in cui decidi a quale pubblico vuoi rivolgerti e fai tutto quel che devi fare per arrivare a quel pubblico lì. Ad esempio ci sono quelli che fanno le canzonette, e che per tutta la vita in linea di principio fanno quello – e se magari decidono che non hanno più voglia di farle e vogliono dedicarsi a roba più impegnativa diventano un irrisolto culturale destinato a durare cinquant’anni e passa (tipo Battisti); ci sono quelli che fanno la canzone impegnata e poi sono costretti a menarla per tutta la vita (i Guccini, per dire); poi ci sono quelli che fanno LA CULTURA (tutto maiuscolo con l’articolo), la roba che musicalmente viene considerata per palati fini, e non provano manco per sbaglio a buttarla in caciara.

Un caso lampante è quello di Roberto Angelini, un cantautore pauroso del giro alternative romano che provò a smacchiare il giaguaro con un singolo orribile intitolato “Gattomatto” (ve la ricordate?). Il singolo ebbe un discreto successo radiofonico ma nessun seguito, il disco fallì l’obiettivo e Angelini tornò all’alternative romano dichiarando urbi et orbi la propria insoddisfazione nei confronti dell’industria musicale dei grandi numeri.

L’opposto potrebbe essere Battiato, che agli occhi del *grande pubblico* ha sempre avuto una fama da sperimentatore che gli ha garantito plauso critico ed entusiasmi anche quando pubblicava le cover becere.

Era un sistema patriarcale stupido e pieno di difetti, ma aveva delle regole abbastanza definite. Oggi il sistema è lo stesso ma le regole non valgono quasi più. Oggi si può suonare pezzi alla Claudio Baglioni nei festivalini indie, o magari aver fama di artista ricercato pur essendo venuto fuori da un talent. Esempio: Mengoni.

Marco Mengoni diventa famoso vincendo la terza edizione di X Factor, nel 2009. L’anno successivo arriva terzo a Sanremo; è il momento di massima influenza dei talent sul festival, che in quell’anno viene vinto da Scanu (il vincitore di Amici). Ci riprova nel 2013 e stravince. Nel frattempo ha incassato premi come artista rivelazione ed è stato adottato in via definitiva come una sorta di nuovo volto di MTV.
Intanto il pop italiano ha iniziato timidamente a svecchiarsi: artisti anche molto istituzionali hanno cominciato a inserire qualche suono che per gli standard della canzone radiofonica del nostro paese potrebbe essere definito sperimentale, e qualcuno è riuscito perfino a farla franca (il principe di questo genere di rivoluzioni è sempre Jovanotti, che da 25 anni sta provando disperatamente a diventare rilevante dal punto di vista musicale). Senza che nessuno se ne accorga, Marco Mengoni inizia a diventare un alfiere di questa visione futuribile del pop.

Succede con “Guerriero”, il primo singolo tratto dal disco che esce nel 2015. “Guerriero” è più o meno “La cura” in versione Tiziano Ferro, e si avvale dello stesso produttore di Tiziano Ferro (ma non del genio di Tiziano Ferro); di lì parte una stagione matta in cui il cielo è il solo limite. In giro se ne inizia a parlare come di una soft revolution. Mengoni non è quel che si dice un artista con una visione abbacinante – in effetti dà l’idea di uno che nel processo di produzione del disco non rompe troppo i coglioni e si limita a svolgere il proprio lavoro in maniera esemplare. Il fatto che un certo tipo di critica abbia adottato Mengoni testimonia più che altro lo sdoganamento di un certo modo di fare il pop, di un certo tipo di product placement, di un certo tipo di attenzione produttiva – in altre parole, il successo di Marco Mengoni è importante perché dice che è possibile produrre pop in batteria ma con suoni nuovi e più o meno eccitanti. E per certi versi da qui in poi Mengoni sparisce ancora di più: riservato in ogni aspetto che non riguardi il suo lavoro, sempre più adottato dallo zoccolo duro di fanatici, quasi sempre rilevante quando esce con un singolo. Non ricordo a memoria una sola canzone da lui cantata, e in questo somiglia decisamente alla maggioranza dei suoi colleghi (colleghi nel senso di popstar uscite dal giro talent show), ma a differenza dei suoi colleghi non sembra sostituibile. In questo ha una strana dimensione di indiscutibilità vascorossiana da artista che per il solo fatto di esistere regala qualcosa al proprio pubblico.

Ci ho pensato di recente, vedendo uscire un suo video – non ricordo il titolo della canzone, ma il video plagia totalmente “This Is America” di Childish Gambino. Per chiunque altro uscire con una copia spudorata del video più discusso dell’anno precedente sarebbe stato improponibile, Mengoni ha potuto farlo senza fare una piega. Probabilmente ha qualità che non riesco a percepire. Il suo appeal agli occhi di una certa nicchia della critica pop è fondamentalmente intatto. La sua capacità di esistere in un’epoca così volubile, a fronte di dischi e singoli quasi inesistenti, potrebbe essere oggetto di una tesi di laurea. Potrebbe essere seduto dietro di me, in questo momento, mentre sto scrivendo questo pezzo.

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