Posti che non sapevamo esistessero

Pan AmericanPan American – The Patience Fader (2022, Kranky)
Solitamente nello scegliere un disco da suonare scegliamo soprattutto il modo in cui vogliamo essere, o apparire, o sentirci. Non contano molto l’età anagrafica o il ceto sociale, che su questo sono questioni del tutto accessorie. Voglio dire: certi sedicenni ascoltano un certo tipo di rap per assecondare un certo tipo di sentimenti che hanno dentro, così come certi quarantenni mettono un vinile di Charles Mingus quando invitano gli amici a casa, così, per sentirsi ricercati. E altri ascoltano Springsteen in auto per caricarsi, o tengono Shackleton in cuffia per camminare in città col freddo e la pioggia e una compilation ultrapop per quando si ha voglia di cantare in compagnia, o le musiche popolari africane che ascoltiamo quando abbiamo voglia di cose diverse dal solito e via di questo passo.

La maggior parte della musica serve a questi scopi, è come i vestiti, la indossi per essere qualcosa o per comunicare qualcosa. E poi ci sono musiche che non puoi usare, quella che usa te, quella che ti costringe ad adeguarsi a lei più che dare sfogo a ciò che vuoi essere. Ad esempio la musica di Pan American.

Pan American è un progetto solista allargato a cura di un musicista statunitense di nome Mark Nelson. Nasce alla fine degli anni novanta come una specie di costola dei Labradford, sensazionale gruppo slowcore (o post-rock che dir si voglia) che in quel momento sta per cessare le proprie attività.
La musica di Pan American è lenta e avvolgente, molto più lenta e avvolgente della musica che di solito suoniamo quando abbiamo voglia di musica lenta e avvolgente. Nelson abita in un suo mondo, una specie di America a parte, quella che sta in certi film di Lynch o dei Coen, senza gli elementi weird-horror. Nelson suona folk music, dividendosi tra chitarre elettriche e acustiche, entrambe suonate con piglio ambient e saltuari inserti di drone elettronici. Canta pochissimo, solo quando c’è bisogno – praticamente mai, se lo chiedete a lui. La musica che suona ha poco o nulla di inedito, ma lui la pensa in una maniera talmente particolare (viene da dire spirituale) da essere riuscito in qualche modo a renderla un oggetto di semplicità indecifrabile, di fronte a cui siamo costretti ad abbandonare la nostra sicurezza di ascoltatori.

E il risultato è che mettiamo i dischi di Pan American per farci portare in posti che non sapevamo nemmeno esistessero, e nei quali – scopriamo ogni volta con un briciolo di stupore – proviamo sempre, prima o poi, la sensazione di essere in qualche modo a casa nostra. Il suo ultimo disco è uscito la settimana scorsa e si chiama The Patience Fader.

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