Che bello poter aggrapparsi a un cantautore come Truppi

Giovanni TruppiIn un momento in cui a tenere banco in Italia musicalmente parlando sono il nuovo album di Achille Lauro, o il suo probabile futuro impegno nella giuria di X Factor, e il debutto della “nuova rivelazione del rap italiano” Massimo Pericolo (due dischi comunque da un certo punto di vista interessanti, checché ve ne dicano i vostri amici radical chic), è bello potersi ancora aggrappare a un cantautore, mestiere che sembra dalle nostre parti ormai in fase di estinzione se inteso nel senso più nobile del termine, al netto dei tormentoni (it) pop.
E non solo a un cantautore, ma probabilmente in Italia al momento a quello più sottovalutato di tutti.

Un nome che al grande pubblico non dirà molto, quello del napoletano, classe 1981, Giovanni Truppi, che con questo Poesia e civiltà, quinto disco in quasi dieci anni di carriera solista, debutta comunque su una “major” (Universal/Virgin), come si diceva negli anni novanta quando ancora le “major” potevano fare la differenza.
Oggi probabilmente la Universal non cambierà la vita di Truppi, che resterà qualcosa per pochi, anche se va detto che un po’ lo ha già cambiato, Truppi, che qui ritroviamo più “adulto”, “pacificato”, sicuramente alla portata di tutti, lasciando da parte quella sua indole anarchica che ne aveva caratterizzato i lavori finora, dove un estro fuori controllo era sempre stato racchiuso in schemi poco definiti e comunque maggiormente orientati verso il rock.
Oggi invece si lascia andare più che altro al pianoforte (tra l’altro autocostruito, per trovare il suono più adatto) che insieme agli archi (ma anche molto altro, grazie a produzione e arrangiamenti molto più curati rispetto al passato) fanno suonare il disco in un modo che si potrebbe definire “classico”.

Un album (registrato in gran parte negli Stati Uniti) che contiene le sue personalissime analisi su società, uomini, relazioni, politica, che parla d’amore (forse pure troppo), di come si diventa adulti, che è ispirato da romanzi (La scuola cattolica di Edoardo Albinati, dice in particolare in alcune interviste) quando non da Engels (mettendo in musica un testo di antropologia del 1877) e musicalmente da gente come Sun Kil Moon o Sufjan Stevens.
Con un cantato in italiano personalissimo, che non cerca rime né ritornelli, se ne frega della metrica senza rinunciare alla Poesia. Riuscendo a parlare anche di Civiltà

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