Così folli, così grandi Lunga vita ai Flaming Lips

Volevo iniziare questo pezzo scrivendo che sono tra le band più importanti della storia del rock. Ma mi rendo conto che poi forse sarebbe stato un problema scrivere anche che si tratta della stessa band che ha fatto un album con quattro dischi da ascoltare contemporaneamente in altrettanti impianti stereo diversi (il mitologico Zaireeka); o che ha pubblicato una canzone lunga 24 ore; o che dal vivo suona tra coriandoli, ballerine e palle giganti; o che vende musica all’interno di caramelle gommose a forma di vagina. Siamo seri, avrebbe pensato qualcuno. E allora non lo scrivo, che sono tra le band più importanti della storia del rock, ma lasciatemi almeno dire che rappresentano comunque un unicum: trovatemi voi un altro gruppo in attività che abbia pubblicato più o meno ininterrottamente dischi di medio-alto livello  per circa trent’anni (dico, 30 anni). E che abbia avuto il coraggio di cambiare strada così tante volte, sempre all’insegna di una sana follia, nonostante siano stati e siano tuttora sotto contratto con una major, tanto per fare un esempio. Una discografia sterminata, la loro, ma tra gli album ufficiali è possibile fissare dei paletti, a partire dal primo e forse insuperato capolavoro del 1990, In a priest driven ambulance, quarto album dopo gli esordi virati verso il punk e che rappresenta la loro prima svolta verso il suono che più li ha caratterizzati, quel pop-rock psichedelico che trae ispirazione sia dalla loro America che dal Regno Unito di Pink Floyd (di cui rifaranno The dark side of the moon, tra l’altro) e Beatles, naturalmente in versione acidissima. La melodia e le canzoni con la “c” maiuscola, d’altronde, nel repertorio dei Flaming Lips non sono mai mancate, trattate magari un po’ male, suonate in bassa fedeltà e cantate in maniera svagata e soprattutto stonata da Wayne Coyne, leader dalla personalità straripante inutilmente imitato. Un suono che si è andato definendo nei tre album successivi, pieni di hit mancate (ma neppure tanto, vedi She don’t use jelly) e di perle nascoste (da avere almeno Transmissions from the Satellite Heart ma non sottovaluterei l’invece sottovalutato Clouds Taste Metallic), fino alla nuova svolta del ‘99 con l’ambizioso progetto progressive-pop (o qualcosa del genere) che porta il nome di The Soft Bulletin, che alcuni critici, mentendo sapendo di mentire, considerano addirittura il loro capolavoro. Ne segue una fase di musica troppo zuccherosa e poco ispirata, fino al ritorno alla psichedelia più folle di Embryonic e al tredicesimo disco ufficiale che è roba di poche settimane fa, che si chiama The Terror e di cui avrei dovuto parlare qui. Impossibile, però, non fare questa lunga premessa. E quindi, si sappia solo che The Terror è un disco da prendere con le molle, che necessita di più ascolti, che alterna chitarre arrugginite a tastiere cosmiche, psichedelico, certo, ma anche malato, quasi depresso, scuro e allo stesso tempo sognante. Un album da scoprire, che se non fosse dei Flaming Lips forse non avrebbe considerato nessuno, ma che tiene alta la loro bandiera. E che mi fa portare loro sempre il massimo rispetto.

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