E il 2012 diventa l’anno di Scott Walker

Mentre scrivo, in cuffia ci sono i ventidue minuti di “SDSS1416 + 13B (Zercon, A Flagpole Sitter)”, quarta traccia del disco, in cui si narra di un buffone della corte di Attila e di una recente scoperta astronomica di corpi substellari freddi fuori dal sistema solare. Ventidue minuti tra silenzi sospesi e declamazioni, sibili inquietanti, batterie marziali, qualche arpeggio di chitarra, suoni elettronici, archi, urla sguaiate, fiati, tastiere. Forse, perché è difficile riconoscere tutto. Di certo non ci sono ritornelli, se avevate qualche dubbio.

Una lunga suite che raccoglie bene lo spirito dell’intero album, il nuovo di Scott Walker, dove si parla anche di Ku Klux Klan, Giovanni Paolo II, i coniugi Ceausescu e che nelle atmosfere (anche in maniera esplicita, intitolandosi Bish Bosch) rende omaggio alla visionarietà e al genio del pittore olandese Hieronymus Bosch.

Un disco che mi impone di interrompere la più generale panoramica sulle uscite del 2012 che avevo già iniziato su queste colonne e che completerò sull’ultimo numero dell’anno di Ravenna&Dintorni. Ora, invece, mi è piombato tra capo e collo il nuovo Scott Walker. E indipendentemente da tutto, un nuovo disco di Scott Walker diventa per forza il disco dell’anno. O almeno un disco che lo segna, l’anno. Ancora lo dobbiamo tutti (si fa per dire) assimilare, lo sto ascoltando (in cuffia, appunto) solo per la seconda volta. C’è bisogno di tempo, magari con i testi sottomano. Comunque è qualcosa che non avete mai sentito da nessuna parte.

“Bish Bosch is difficult music that was intended to sound difficult and be enjoyed primarily by people who enjoy difficult experiences”, scrive giustamente nella sua recensione Pitchfork, che non sarà la bibbia della musica contemporanea ma ne resta in internet un importante punto di riferimento. Difficile, già, ma imprescindibile. Perché approcciare ogni lavoro di Scott Walker è un po’ come ci si poteva sentire nel trovarsi di fronte a un nuovo film di Stanley Kubrick. D’accordo, il paragone è azzardato, ma rende l’idea: indipendentemente dalla sua bellezza, parliamo di un’opera d’arte in grado di travalicare i generi, in qualche modo universale, nonostante per sua natura magari destinato solo a una nicchia. Qui il consiglio è però di provarci, con Scott Walker, di partire da Scott 4, che è il suo primo capolavoro, ma che è ancora pur sempre pop orchestrale adatto alle orecchie di tutti, giunto nel bel mezzo di una delle tante storie bizzarre del mondo del rock. Quella di un ragazzo americano (ora quasi settantenne) che fu una delle tante pop star degli anni Sessanta in grado  – cito addirittura Scaruffi – «di sfornare hit radio-friendly per il consumo delle masse, lanciato da una campagna di marketing che poneva l’accento più sui suoi graziosi look che sulle sue canzoni prive di ispirazione». Fu l’esponente di una sorta di boy band ante litteram, insomma, per poi diventare interprete solista del repertorio del suo idolo Jacques Brel e, ancora, cantautore raffinato prima di diventare, con solo tre veri dischi pubblicati dal 1995 ad oggi (Tilt l’apice inarrivabile), genio di una miscela che riesce a unire il cantautorato più nero, l’avanguardia, la musica orchestrale e una sorta di mood apocalittico creato anche dalla sua incredibile voce baritonale. Artista unico e assolutamente da riscoprire.

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