L’hardcore come stile di vita, dalla storia al contemporaneo

Counterparts – Tragedy will find us (2015)
È giunta l’ora di affrontare l’argomento hardcore. Questa musica ha segnato più di ogni altra il mio modo di essere e di vivere, l’ho amata profondamente durante l’adolescenza e per molti anni dopo. L’ho scoperta per caso nel 1991, quando credevo che i Sepultura fossero il gruppo più duro sulla terra. Un amico mi mette sulla testa le sue cuffie, e mi dice «ascolta questo». Erano i Bad Brains, e il mio cervello ha fatto boom. Quello stesso sabato sera ho assistito al mio primo concerto hardcore, e centinaia ne seguiranno. Sick Of It All, Gorilla Biscuits, Youth of Today, Agnostic Front, e poi Snapcase, Madball,  insomma tutto quello che si suole definire “hardcore old school” è stata la mia scuola di attitudine. Mi piaceva il modo di questi gruppi di stare sul palco, il fatto che si percepisse nettamente che il gruppo, il pubblico, il posto in cui si suonava, i banchetti con i dischi al concerto, facessero tutti parte di una cosa unica, una famiglia con valori e idee comuni, un’energia che funzionava in maniera esplosiva quando questi elementi si incontravano. Negli anni mi sono interessato anche ad altri rami della questione, come hardcore melodico (Nofx e compagnia), new school (Earth Crisis eccetera), crust (altra influenza importantissima per me, ma che va ricollegato più al mondo del punk) e persino alla deriva metalcore, che ha espresso gioielli come Converge o Dillinger Escape Plan, ma anche un sacco di mondezza. Ed è qui che, circa a metà dei 2000, ho perso un po’ interesse per il genere, che era diventato maniera, e in cui erano entrati massicciamente germi di machismo che mi respingevano molto da una parte, mentre dall’altra le melense influenze del cosiddetto emocore mi facevano venire il diabete.  Il genere che era riuscito a passare dai Minor Threat ai Fugazi, che aveva conosciuto l’incredibile evoluzione dei Neurosis, era diventato paccottiglia.  Saluto quindi con gioia una nuova ondata di gruppi che sembrerebbero invece riprendere il discorso onesto del genere, suonando ovviamente più contemporanei rispetto alla vecchia scuola a me tanto cara quanto oggettivamente basica. Si tratta di nuove generazioni che hanno assimilato e digerito le influenze metalcore, emocore e melodiche, riuscendo a inserirle nel genere senza farlo suonare falso, né zuccherino, né macho, mantenendo invece un’idea di furiosa urgenza espressiva. Cito qui uno dei gruppi più credibili di questa ondata, i Counterparts, con il loro Tragedy Will Find Us. Canadesi, caratterizzati soprattutto dai testi e dalla voce realmente hardcore di Brendan Murphy. Spigolosi, veloci, inquieti, come testimoniano le vicissitudini legate ai continui cambi di formazione. In questo disco saltano all’orecchio una buona inventiva nelle linee chitarristiche così come una certa schizofrenia nelle parti ritmiche. Il tutto senza strafare, senza sfoggi di tecnica o di solismi. Un onesto disco di hardcore contemporaneo, di cui sentivo maledettamente il bisogno.

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