Tutto il malessere in un solo album. Che è un dito medio contro tutto

Eyehategod – “In The Name Of Suffering” (1992)

Ogni due o tre mesi devo tornare al metal, chiedo venia, è più forte di me. Poi, ora che l’estate sta finendo e molti di noi sono di umore nero per il ritorno al lavoro, questo mi sembra il disco giusto. Già il nome del gruppo, Eyehategod, per chi mastica un minimo di inglese lascia poche speranze, e poi il titolo dell’album, In The Name Of Suffering, leva ogni dubbio. Se dovessero chiedermi di rappresentare il malessere con un disco, sceglierei questo. Immaginatevi la scena, è il 1992, il gruppo si è appena formato, hai un nome simile e intitoli l’album “Nel nome della sofferenza”, come intitoli il primo pezzo? “Depressed”. Il secondo? “Man Is Too Ignorant To Exist”. Va beh, dai.. Andiamo dritti all’ultimo: “Hit A Girl”. Nessuna sorpresa che questi cinque buontemponi di New Orleans, terra non solo di jazz ma anche di misteri inquietanti, non abbiano avuto alcun successo all’epoca. Ma pian piano sono diventati un gruppo di culto, e tra avvicendamenti nella formazione, periodi di pausa (si dice anche dovuti al non lesinare con le sostanze illegali), e pochi ma devastanti album, sono sopravvissuti fino ad oggi, ancora attivi benché fuori dai grandi giri, sebbene citati da tutti i metallari seri come influenza imprescindibile. Dischi come Dopesick sono un riferimento assoluto nel genere, ma a noi oggi interessa questo primo, orrido brutto anatroccolo, pieno di livore e di rabbia ingenua, scagliata a caso con l’urgenza di un adolescente. Nelle note di copertina ci sono gli indirizzi di casa di due membri del gruppo. L’e-mail come mezzo di comunicazione di massa, 25 anni fa, era solo un’idea nella testa di qualche programmatore. Se li volevi contattare dovevi scrivergli a casa, o andarli a trovare, cosa dalla quale mi sarei guardato. E allora, com’è questo disco? Registrato malissimo. La cosa che salta all’orecchio è questo continuo fischio di chitarra, un feedback perenne, brutto e tedioso, tra un pezzo e l’altro e a volte anche durante i pezzi. Nel 1992 la tecnologia permetteva di toglierlo. Se l’hanno lasciato, la cosa è intenzionale. Volevano darci fastidio, e questo è assolutamente coerente, oserei dire armonico, con il contenuto marcio, morboso, ributtante della musica. Come dice un mio amico “è talmente brutto che fa il giro”. E diventa bello. Oserei dire esaltante. Un dito medio che si staglia contro tutto e contro tutti, quel dito medio che a volte ci serve per andare avanti, e sublimare la sofferenza del nostro piccolo mondo.

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