“Chiamami col tuo nome”, tra noia e spocchia fino al bel finale

Chiamami Col Tuo Nome GuadagninoChiamami col tuo nome (di Luca Guadagnino, 2017)
Elio è un diciassettenne italoamericano di origini ebraiche che vive con i genitori nelle campagne lombarde nei pressi di Crema. Durante l’estate del 1983, ospite del padre insegnante di archeologia, arriva Oliver, un ventiquattrenne dottorando per lavorare con il suo tutore alla sua tesi. Tra i due nascerà pian piano un’intensa relazione che segnerà profondamente la vita e la sessualità del protagonista.

Luca Guadagnino completa la sua personale trilogia tematica sul desiderio iniziata con Io sono l’amore e proseguita con A bigger splash, avvalendosi nientepopodimeno che della sceneggiatura di James Ivory a sua volta tratta dal romanzo di André Aciman, ambientato invece nel 1987. Il regista, in un film in cui sembra una summa della sua poetica e delle influenze ricevute durante la formazione, mette in scena un’opera sontuosa, lunga (2 ore e un quarto) e in qualche modo storica, visto il contesto politico con l’ascesa al potere da parte di Craxi che si aggira come un’ombra nei dialoghi tra i protagonisti durante tutto il film. Si parlava di modelli facilmente riconoscibili, a partire da Bertolucci, citato e e omaggiato sia per Io ballo da sola per il contesto e per la messa in scena, sia per The Dreamers perchè racconta la morbosità dei suoi protagonisti in modo molto simile; troviamo poi le quattro stagioni di Rohmer negli ambienti, nell’importanza data all’estate stessa, nella scenografia e soprattutto nei dialoghi.

Il problema principale è che Guadagnino non solo non è all’altezza dei suoi maestri (e questo è normale), ma ignora probabilmente con volontà il fatto che tutti i film citati siano stati visti vent’anni fa: lo spettatore preferisce riguardare quindi gli originali e non i collage fuori tempo massimo. Amore omosessuale e passione si erano già visti di recente (ne La vita di Adele), e alcuni elementi come silenzi e morbosità vengono riproposti con troppo compiacimento, sprezzanti della noia che possono causare e a scapito di alcune cose buone (come il finale, ad esempio) che vorrebbero suscitare emozioni in uno spettatore inevitabilmente atrofizzato nell’attenzione.

Peccato perchè oltre al finale, la bella fotografia, un contesto azzeccato, troviamo anche in Timothée Chalamet, un protagonista bravissimo e giustamente candidato all’Oscar (premio per cui è candidato anche il film stesso). C’è inoltre una colonna sonora d’epoca assai indovinata che ha il grande ruolo di fungere da mediazione con lo spettatore, per la sua leggerezza e per il suo grande valore nostalgico, grazie a canzoni che tutti noi di una certa età conosciamo a memoria (vi lascio il gusto della scoperta)…

Ma la presunzione artistica del regista, unita all’incapacità di tenere a galla uno spunto positivo ma sommerso da citazioni arcaiche (come arcaico, ahinoi, è anche Ivory), vanificano e compromettono un film molto amato in America (dove evidentemente si sono dimenticati di Bertolucci e Rohmer) e da chi non ha paura di noia, sbadigli e spocchia cinefila.
Io non ho più l’età, mi voglio divertire.

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