Alberto Martini il critico divulgatore

L’accademia di Belle Arti di Ravenna con una mostra ricorda la vita e l’opera dell’intellettuale mantovano

58 61 ARTE CRITICA:Layout 1

Alberto Martini e Mattia Moreni a Brisighella, 1955

A distanza di cinquanta anni dalla scomparsa di Alberto Martini (1931-1965), l’Accademia di Belle Arti di Ravenna è l’unica istituzione locale a ricordare uno dei più illustri critici d’arte italiani: in due sale della sede è stata allestita una interessante esposizione documentaria a cura di Federica Nurchis, giovane storica dell’arte bergamasca, con la collaborazione di Roberto Pagnani, pittore e collezionista ravennate.
L’incontro fra i due curatori non è casuale: Federica ha dedicato la propria tesi, una serie di studi e una mostra alla ricostruzione del percorso internazionale di Martini, dagli esordi come allievo di Roberto Longhi fino ai successi straordinari ottenuti con le serie editoriali come “I Maestri del colore” dei Fratelli Fabbri di Milano; il secondo è il nipote di uno dei più grandi amici di Martini, di cui porta lo stesso nome – Roberto Pagnani – un intellettuale e collezionista d’arte ravennate che si spense assieme alla moglie e allo stesso Martini in un incidente d’auto a Santarcangelo di Romagna nel maggio 1965.
Nonostante la semplicità dell’allestimento composto da vari pannelli fotografici e documentari provenienti dagli archivi di Martini e Pagnani, da alcune riviste, testi e diversi esemplari delle collane ideate dal critico, la mostra consegna uno spaccato dell’Italia artistica fra gli anni ’50 e ’60, intrecciata saldamente al panorama europeo. I contatti dei due amici furono infatti numerosi e spesso interscambiati, grazie alle frequentazioni milanesi e parigine di Pagnani e ai numerosi viaggi in tutto il mondo effettuati da Martini per motivi di studio, per visitare o organizzare mostre e per dare vita alle pubblicazioni della Fabbri, quelle che rivoluzionarono lo scenario editoriale d’arte internazionale.
Sottotraccia scorre in mostra anche la storia di Ravenna di quegli anni, che aveva visto Martini giungere in giovane età dalla provincia mantovana, in tempo per frequentare il Liceo Classico cittadino. Il luogo di incontro degli intellettuali locali era il Bar Byron, dove un Martini appena ventenne conosce Pagnani, più vecchio di una quindicina di anni. Di quest’ultimo, Alberto ammira la passione politica – Roberto scrive articoli e dirige “Democrazia”, il periodico del Comitato di Liberazione Nazionale – oltre a condividere il medesimo interesse per l’arte: a casa di Pagnani e della moglie Raffaella Ghigi non esiste solo una bella collezione di opere antiche, ma si sta costituendo un’interessante raccolta di opere contemporanee in sintonia con quello che si muove in Europa, dall’Informale all’Espressionismo astratto, dallo Spazialismo al Nuclearismo.

Così, saldata l’amicizia e corrisposti gli interessi, Martini si dirige su Firenze dove si distingue fra gli allievi di Roberto Longhi, mentre l’amico stringe una rete di contatti con mercanti d’arte a Milano e a Parigi, con artisti come Georges Mathieu e Ben Shahn, con critici d’arte come Arcangeli.
La formazione di Martini si partisce ben presto fra lo studio dell’antico – a lui si deve un saggio fondamentale sugli esordi del pittore quattrocentesco Bartolomeo della Gatta (1953) – e la passione per la contemporaneità: tornato a Ravenna nel ’54, insieme a Pagnani conosce Ben Shahn al quale dedica un articolo sulla rivista “Paragone”. Sarà la severa formazione alla scuola di Longhi a permettergli di affrontare l’arte contemporanea con una precisa attenzione alla vocazione etica del lavoro, ma lo svincolo dall’imprinting del maestro si evidenzia nella libertà dei riferimenti utilizzati dal giovane critico, che osa citare Chaplin insieme ad Eliot e Grosz.
Con l’ausilio di Longhi, Martini inizia nello stesso anno la collaborazione con la radio nazionale: cosciente dell’importanza della divulgazione come il proprio maestro, scrive i testi per alcune trasmissioni dedicate agli artisti contemporanei fra cui vorrebbe inserire Mattia Moreni, conosciuto insieme a Pagnani. Due anni dopo inizia la sua collaborazione con la Tv, pronta ad accogliere iniziative divulgative di alto profilo scientifico per soddisfare l’esigenza didattica nei confronti di un paese affamato di cultura. Martini realizza i testi per alcune trasmissioni come “Almanacco” e  “Le tre arti” e lo storyboard per un documentario su Medardo Rosso: il filmato, ancora esistente, indaga l’opera dello scultore fornendo confronti con Rodin e inserendo interviste con Carrà e Soffici. Oltre a questo si conserva anche nell’Archivio familiare un altro documentario dedicato a Virgilio Guidi (1960), realizzato nello studio dell’artista in Palazzo Ducale a Venezia.
La dimensione internazionale dei contatti di Martini si rileva nell’organizzazione di una mostra itinerante in Germania in cui vengono presentati alcuni artisti italiani contemporanei: nel 1958 a Kassel come a Colonia espongono Scanavino, Moreni, Vedova, Dova, Bendini, Romiti, autori su cui il critico manterrà un vivo interesse anche negli anni successivi.

Intanto, sulle varie riviste italiane come “Paragone”, “Arte veneta”, “Arte antica e moderna”, si susseguono suoi interventi sull’antico, con un particolare riguardo ai beni artistici romagnoli. Il tempo a Ravenna viene passato setacciando l’Archivio di Corrado Ricci e i depositi della Pinacoteca comunale, all’epoca situata nella sede del Monastero di Classe. Gli studi condotti portano ad una rivalutazione della pittura riminese del ‘300 a Ravenna fornendo spunti significativi ai successivi interventi dell’amico Carlo Volpe, e restituiscono nuove attribuzioni riconoscendo una maggiore rilevanza ad autori e periodi storici meno indagati, come il ‘400 e il ‘500 a Ravenna o le figure di Rondinelli, degli Zaganelli e dei Longhi.
Un dono alla città è la sua guida alla “Galleria dell’Accademia di Ravenna”, pubblicata nel 1959 ma con un’introduzione datata al gennaio di due anni prima: si tratta di un catalogo selezionato delle opere della collezione comunale che con fare profetico Martini auspica venga trasferita alla Loggetta lombardesca. Dopo le pubblicazioni di Corrado Ricci e Adriana Arfelli, il catalogo – fortemente voluto da Mario Giuliani-Ricci, presidente dell’Azienda autonoma di Soggiorno e Turismo di Ravenna – ricalibra attribuzioni e interpretazioni critiche, avvalendosi dei suggerimenti di colleghi e amici fra cui, oltre al solito Longhi, sono Sergio Bettini, Ferdinando Bologna, Giuliano Briganti, Giuseppe Fiocco, Cesare Gnudi, Mina Gregori, Rodolfo Pallucchini, Ulrich Middeldorf e Carlo Volpe. Come a dire il Gotha della storia dell’arte italiana.
Ma Ravenna “non è terra per esploratori” come afferma Pagnani in una lettera all’amico, che nel 1958 si trasferisce definitivamente a Milano. Lo strabismo fra antico e moderno viene mantenuto con grande intelligenza: da una parte, la collaborazione con Paolo Marinotti per una mostra allestita a Palazzo Grassi di Venezia spinge Martini a mantenere desto l’occhio sul contemporaneo, ottenendo un successo tale da trasferire l’esposizione in Germania e in Olanda. E mentre organizza un dibattito sulla XXX edizione della Biennale di Venezia del 1960 – registrato con Gian Alberto Dell’Acqua, sovrintendente a Brera, insieme allo scrittore Dino Buzzati, al collezionista Carlo Cardazzo e al critico Marco Valsecchi –  esce nello stesso anno un suo articolo sulla Madonna Ruskin oggi ad Edimburgo. Il critico propone un’attribuzione a Leonardo, suscitando scalpore e curiosità mondiali, a partire dalla Bbc a cui illustra l’ipotesi di un intervento del giovane fiorentino su cartone del Verrocchio.
Contemporaneamente, Martini continua a scrivere su riviste d’arte nazionali approfondendo figure che ritiene sacrificate dai grandi miti del ‘900 come i postimpressionisti Bonnard e Vuillard, per i quali nutre una profonda passione mai dismessa.
Tentata con successo la grande diffusione attraverso radio e televisione, naufragata al contrario l’esperienza di un periodico d’arte come “Arte figurativa antica e moderna”, è l’incontro nel 1960 con Dino Fabbri a cambiare la vita di Martini e il panorama dell’editoria nazionale. Mediatore dell’incontro fra i due è ancora Roberto Longhi che propone l’ex allievo alla casa editrice milanese, fino ad allora indirizzata alla produzione di testi scolastici ed enciclopedie. “Capolavori nei secoli” è la prima iniziativa ideata da Martini che irrompe nelle edicole con immagini a colori invece del solito bianco/nero e con un formato quasi quadrato, adatto alla riproduzione delle opere più famose del mondo. Saltando da New York a San Francisco, da Washington a Honolulu, dal Giappone all’India attraverso Taiwan, Hong Kong e Bangkok, in un anno Martini raccoglie centinaia di permessi e fa eseguire altrettante fotografie al fidato Alfredo Loprieno. Si tratta della maggiore iniziativa editoriale italiana del secolo in campo artistico assieme alle serie successive dei “Maestri del colore”, usciti in edicola fra il 1963 e il ’69, e di “L’arte raccolta” (1965-66), realizzata grazie ad un accordo fra Fabbri e Skira. Il successo di edizioni a portata di ogni tasca è tale che i testi vengono tradotti in numerosi paesi del mondo da case editrice famose come la Hachette di Parigi o la Octopus Books di Londra.
Punta di forza delle varie edizioni – diversificate fra opere celebri, dipinti di ogni tempo e cicli legati ad un luogo o ad un periodo particolari – sono l’apparato scientifico dei testi, affidati al proprio entourage di esperti, la precisione quasi maniacale dei fotocolor, e l’alta tiratura venduta a prezzi contenuti: i musei entrano così massicciamente nelle case della gente comune.
58 61 ARTE CRITICA:Layout 1
Fra i vari artisti e cicli che Martini si riserva di trattare ci sono gli affreschi di Masolino a Castiglione Olona, il profilo di Morandi e quello di Alberto Giacometti, conosciuto tramite Ugo Mulas nel 1962 alla Biennale e presto divenuto suo amico.
Le recensioni critiche alla XXXI Biennale si alternano alle uscite dei numeri delle edizioni Fabbri, agli studi su Otto Dix, ai ritorni frequenti a Ravenna, dove con Pagnani realizza alcune mostre alla Galleria di Anna Fietta in via Argentario dove vengono esposte opere grafiche, dipinti contemporanei, oggetti di arte precolombiana. Non contenti, i due amici si accordano per collaborare con la nascente galleria di Giuseppe Maestri, la “Bottega” di via Baccarini. Nessuno dei due farà mai a tempo per l’inaugurazione della mostra di disegni di Carrà da loro progettata: l’incidente li sottrae per sempre alla scena italiana. Il lascito di Pagnani rimane nella collezione di casa e nella storia della città; quello di Martini nelle case di migliaia di italiani.