Sublimare lo scarto

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Antoni Gaudí y Cornet, Particolare di un mosaico a trencadís

Il mosaico e l’architettura

Il 24 e 25 di novembre si terrà a Ravenna un importante convegno che tratterà del rapporto tra il mosaico, l’architettura e il territorio.
La storia di questo confronto tra due arti così diverse ha vissuto sia momenti altissimi sia periodi bui, con vertici toccati nel mondo greco-romano, nel V e VI secolo a Ravenna e a Costantinopoli, nel XII a Palermo e nel XX in Spagna e in Italia. Come ha scritto Plinio, «Pulsa deinde ex humo pavimenta in camaras transiere vitro»,1 che, nella forse un po’ libera ma decisamente incisiva traduzione di Antonio Corso, recita: «Quindi i pavimenti a mosaico, scacciati dal suolo, si estesero fin sulle volte e furono fatti di vetro».2 Plinio non avrebbe mai immaginato che i mosaici avrebbero, secoli dopo, addirittura “sfondato” le volte e ricoperto interamente un edificio. Questo avverrà agli inizi del Novecento col genio (non del tutto compreso, o, meglio, spesso frainteso) di Antoni Gaudí, con l’incredibile casa Battlò, la cui facciata è una cascata di coriandoli di dischi di maiolica e vetri multicolori realizzati secondo la tecnica del trencadís.
Ma non è stata questa, naturalmente, l’unica modalità di utilizzo di quest’arte, così lenta e costosa, nel corso del XX secolo. All’opposto del genio catalano, che ha rivestito gran parte dei suoi edifici-sculture col mosaico, troviamo, infatti, un architetto come Carlo Scarpa, che ha usato tessere di murrine, nella dimensione di 7,5 cm e nei colori: bianco, nero, argento e oro, con grande parsimonia, accostandole, per contrasto (o concordia discors?), a quel materiale apparentemente amorfo che è il cemento armato.

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Carlo Scarpa, Tomba Brion, San Vito d’Altivole (TV)

Ancora differente è il metodo utilizzato dall’architetto greco Dimitris Pikionis, nel comporre il “mosaico” dei sentieri di fronte all’Acropoli, la passeggiata archeologica che conduce ai Propilei e al Partenone, da lui immaginata negli anni Trenta del secolo scorso, ma realizzata dal 1954 al 1957. Un “collage” di pietre sapientemente disegnate e accostate una a una, di recupero, anche, da frammenti abbandonati di cave di marmo, che accompagna il viandante3 (con tempi lenti che il turista odierno non è più abituato a concepire) a uno dei luoghi più celebri del mondo. Nel caso del sentiero di pietra di Pikionis si potrebbe forse dire che ciò che più conta, paradossalmente, non è tanto la meta (pur straordinaria), quando il viaggio stesso, come ha intuito, per primo, il grande poeta, greco come Pikionis, Constantinos Kavafis, nella celeberrima Itaca (1911), e da lì diventato un luogo comune.4
Non si sono fatti a caso i nomi di questi tre grandissimi architetti del Novecento – differenti l’uno dall’altro, ma accomunati dall’identico amore per il particolare – “Il buon dio si nasconde nei dettagli”, sosteneva, tra gli altri, il grande storico dell’arte e inventore dell’iconologia Aby Warburg. Infatti, è proprio a queste tre figure e alla loro diversa concezione del mosaico che sarà dedicata la seconda sessione del convegno ravennate, nella mattinata di sabato 25 novembre. A parlare dell’idea di mosaico in Gaudí sarà il massimo conoscitore al mondo della sua opera, Juan José Lahuerta, professore d’Història de l’Art i l’Arquitectura e direttore della Càtedra Gaudí alla Escola Tècnica Superior d’Arquitectura di Barcellona (Universitat Politècnica de Catalunya).

A farci capire il senso dei mosaici di pietra dell’Acropoli di Pikionis verrà Monica Centanni, 5 professore associato di Lingua e letteratura greca allo Iuav, direttore di ClassicA – Centro studi Architettura Civiltà Tradizione del Classico (Iuav) e della bella rivista on-line «Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale». Infine, a raccontarci il significato della decorazione e del colore, e dunque anche del mosaico, in Carlo Scarpa, avremo un suo allievo, già professore alle Università di Venezia, Milano e Sassari, Manlio Brusatin.6 Tre grandi studiosi per tre grandi architetti. Si capirà, penso, che mosaico è «tutto quello che è frammento» e che «ogni costruzione è fatta di frantumi».7 Lo hanno affermato due autori, ancora una volta lontanissimi tra loro (ma non è forse la cifra del mosaico il “gettare insieme” cose che fra loro non hanno spesso alcun rapporto?): Alberto Melano, mosaicista sant’albertese (patria d’elezione di Olindo Guerrini e anche un po’ di chi scrive) e Marcel Schwob, geniale scrittore francese del Simbolismo. Si tratta, in sintesi, di sublimare lo scarto, come ha compreso magistralmente Lahuerta, a proposito di Gaudí: «Gli avanzi, gli scarti, i rifiuti del cantiere – insomma la sua spazzatura – cessano di essere tali per opera del vero artista: questi riesce a utilizzare tutto. […] La materia più volgare […] viene liberata dalla sua spregevole insignificanza […] redenta dalla sua condizione, liberata dal peccato – il peccato di essere materia abbondata all’abiezione della sua inutilità».8 Leon Battista Alberti lo aveva intuito cinque secoli prima: «Adunque, e per coadornare e per variare el pavimento dagli altri affacciati del tempio, tolse que’ minuti rottami rimasi da’ marmi, porfidi e diaspri di tutta la struttura, e coattatogli insieme, secondo e’ loro colori e quadre compose quella e quell’altra pittura, vestendone e onestandone tutto el pavimento. Qual opera fu grata e iocunda nulla meno che quelle maggiori al resto dello edificio».9 E un mosaico di tessere sono anche le sue facciate, dal tempio Malatestiano, a Santa Maria Novella, al tempietto del Santo Sepolcro in San Pancrazio.

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Dimitris Pikionis, Particolare dei sentieri di fronte all’Acropoli, Atene, 1954-1957

Note

1. Gaius Plinius Secondus, Historia naturalis, XXXVI, 189, ed. cons.: Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, V: Mineralogia e storia dell’arte, Libri 33-37, Traduzioni e note di Antonio Corso, Rossana Mugellesi, Gianpiero Rosati, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1988, p. 726, corsivo mio.
2. Ibid., p. 727.
3. Si veda l’intenso testo di Pikionis, Topografia estetica, in Pikionis. 1887-1968, [a cura di] Alberto Ferlenga, Milano, Mondadori Electa, 1999, pp. 329-331, ripubblicato in I sentieri di Pikionis di fronte all’Acropoli di Atene. Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, quattordicesima edizione, Treviso, 10 maggio 2003, Fondazione Benetton Studi Ricerche, Pieve di Soligno (TV), Grafiche V. Bernardi, 2003, pp. 13-17.
4. «Quando ti metterai in viaggio per Itaca | devi augurarti che la strada sia lunga | fertile in avventure e in esperienze. […] Sempre devi avere in mente Itaca – | raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio | fa che duri a lungo, per anni […]», Constantinos Kavafis, Settantacinque poesie, A cura di Nelo Risi e Margherita Dalmàti, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1992, pp. 63 e 65: 63 (testo originale, pp. 62 e 64: 62).
5. Centanni ha collaborato con un saggio dal titolo Nostos. Memoria dell’antico in Dimitris Pikionis (pp. 21-27) e con la traduzione dei testi di Pikionis al già citato e fondamentale volume Pikionis. 1887-1968, cit., pp. 21-27.
6. Brusatin ha scritto un importante testo su Scarpa: Carlo Scarpa architetto veneziano, in «Controspazio», IV, n. 3-4, 1972, pp. 2-85.
7. Esergo del bellissimo libro di Edgardo Franzosini, Raymond Isidore e la sua cattedrale, Milano, Adelphi, 1995, s.n.p., ma p. 7, tratto, come mi precisa gentilmente l’Autore, da Le Livre de Monelle, Paris, Édition dv Mercvre de France, MDCCC XCVII, trad. it. Il libro di Monelle, traduzione e postface di Rashida Agosti, Milano, Serra e Riva, 1979, p. 16, la cui traduzione suona leggermente diversa: «Distruggi, ché ogni creazione viene dalla distruzione» (più fedele, in senso letterale, all’originale che è: «toute création vient de la destruction», ed. cons.: Id., Œuvres complètes, Genève etc., Slatkine Reprints, 1985, tomo IV, p. 13).
8. Juan José Laherta, Antoni Gaudí. 1852-1926. Architettura, ideologia e politica, traduzione italiana di Giorgio Magrini, Milano, Electa, 1992, 20044, p. 112.
9. Leon Battista Alberti, Profugiorum ab ærumna libri III, in Id., Opere volgari, a cura di Cecil Grayson, vol. II, Rime e trattati morali, Bari, Laterza, 1966, pp. 105-183: 161.

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