La Ravenna magica del centro storico

Abitare la storia nella dépendance di una casa antica

Il viaggiatore diretto verso nord, che ha lasciato da poco alle proprie spalle la torre civica, giunto all’altezza di vicolo Padenna probabilmente non si accorgerà – forse per l’understatement della riservata imago urbana ravennate – della facciata di Palazzo Rasponi Bonanzi, che da via Girolamo Rossi raggiunge via Zanzanigola, passando per una piccola corte interna. Né peraltro potrà sapere che fino al 1881 via Rossi era nota come “strada di San Giovanni Battista”, dal nome della chiesa omonima, ricostruita nel 1683 con la facciata barocca. In un frammento di papiro risalente al tempo degli Esarchi bizantini la chiesa è indicata come S. Johannis ad Naviculam, per la presenza di una barca che collegava le due sponde del Padenna, il corso d’acqua che scorreva da nord a sud tra due argini ora segnalati dalle coppie di vie Rossi/Zanzanigola, IV Novembre/Matteotti, proseguendo fino a Porta Sisi/Porta San Mama. Dalla corruzione dialettale del nome latino deriverebbe Sân Svân a navigula, contratto in Zan zan igola, da cui si sarebbe formato il nome attuale di via Zanzanigola, che un tempo era molto più lunga, in quanto giungeva fino a via Ponte Marino accanto alla chiesetta di San Giacomo.  A quei tempi la via era però nota come “vicolo San Crispino”, a sua volta derivato dalla scomparsa chiesa di San Ursicino, che mutò il proprio nome nella consuetudine popolare con l’arrivo di una confraternita di calzolai, il cui patrono è il giovane martire Crispino (G. Morini, Stradario storico, p. 316).
Il palazzo di via Rossi fu dimora di Carlo Ascanio Rasponi (G. Rossi, La Città dei Rasponi, p. 38), padre di quell’Andrea i cui figli Carlo e Caterina sarebbero stati adottati da Gaetano Bonanzi nel 1808, dando origine al ramo dei Rasponi Bonanzi. Da uno sguardo agli spazi interni tutto ciò che vediamo ci rimanda al Settecento, con la memoria rivolta alla fine del secolo precedente e a tratti a sopite epoche precedenti, qualche aggiunta ottocentesca, mentre gli interventi più recenti si portano ai primi anni Settanta, con qualche ritocco nel 2015. Entriamo da via Rossi, nella parte ora prevalentemente adibita a b&b. Siamo accolti da un androne passante, ritmato da alcune volte a crociera che conduce ad una piccola corte, mentre procede disimpegnando coppie di ambienti a destra e sinistra e una scala centrale, il cui innesto nell’androne è presidiato da una coppia di cavalli rampanti con sella e finimenti, realizzati in legno colorato e dall’aspetto informato ad una storica foggia orientale. Tra gli ambienti al piano terra emerge una suite intitolata a Galla Placidia, ornata da una serie di singolari archi antichi che si immergono nel pavimento e da un più recente solaio in putrelle e voltine in mattoni a vista. Nell’angolo a fianco di una delle due grandi finestre che si affacciano sulla strada è ancora visibile una riparazione, effettuata sulla voltina a seguito del crollo causato da una bomba sganciata nel corso della seconda guerra mondiale. Saliamo la scala fino al primo piano dove ora si trova la sala colazioni, mentre ammiriamo la sobria eleganza del parapetto a pilieri in ghisa ornata e la qualità della luce proveniente da un grande lucernario ellissoidale.

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Al piano nobile si trova l’ambiente di maggiore rappresentanza di tutto il palazzo: una suite intitolata alla coppia imperiale ritratta nei cortei musivi di San Vitale, al cui centro troneggia un grande letto a baldacchino. Le pareti sono dipinte con un tono – riposante ma anche energizzante – verde salvia tendente al malva, cui fa da contrappunto cromatico complementare una robusta incorniciatura perimetrale e le passamanerie e tappezzerie dei sofà e della coltre e dei cuscini del letto, intonate al rosso del pavimento in cotto. Alle pareti una ricca cimasa barocca in legno a foglia d’oro, specchiere, applique di gusto settecentesco e l’immancabile opera di Giulio Ruffini, i cui quadri adornano molte delle stanze del palazzo. Da una porta situata a fianco del letto si accede ad un disimpegno, che introduce a una piacevole sorpresa in cui si svela uno dei temi che oggi si vorrebbe in realtà raccontare. Il bagno è risolto da una leggiadra boiserie di radica e accoglie sopra il suo parquet una regale vasca in marmo di fine XVIII secolo, che riprende il tema iconografico del possente sarcofago in porfido da ormai cent’anni ospitato nella cella superiore del Mausoleo di Teodorico. L’abbinamento è notevole, complice un semplice ma sapiente gioco di luci e specchi. Chi è l’autore di questa e di tutte le altre boiserie che ritroveremo nel palazzo?  Il suo nome è Battista Masoli, falegname e geometra, che acquista il Palazzo alla fine degli anni Sessanta del Novecento e lo restaura all’alba del nuovo decennio. Allorché si imbatte nella cappella gentilizia sita a fianco dell’ampia stanza che ora è mutata in suite, la trasforma in un sontuoso bagno di legno, realizzando personalmente il rivestimento di tutte le pareti in radica, e plasmandola con diligente abilità in opera compiuta, seguendo le indicazioni di Monica Zecchi Boldi, interior designer un tempo docente a Venezia, la cui madre allora gestisce un negozio di antiquariato in via Corrado Ricci, davanti al Circolo dei Forestieri. Battista è sposato con Oride Guerrini, che al tempo dei fatti che stiamo narrando è titolare del negozio “Rondoni” di abbigliamento con sartoria in piazza dei Caduti, molto rinomato fino agli anni Novanta. I figli di Oride e Battista sono Anna e Claudio, che abitano in quella che un tempo era la dépendance del palazzo, affacciata su via Zanzanigola. Scendiamo e attraversiamo la corte interna, che scopriamo sorvegliata da una pregevole torretta laterale a colombara in mattoni a vista e foggia settecentesca, mentre al centro campeggia un tiglio monumentale che immerge le proprie radici nell’alveo del vecchio Padenna. In breve raggiungiamo la casa dove abita Claudio.

Accediamo ad un atrio accogliente, coperto da un solaio in legno ad assito, con doppia orditura e trave rompitratta centrale. È arredato con gusto dalla sua compagna Donatella, abbinando una credenza seicentesca in legno chiaro, impreziosita da una bella tarsia raffigurante un palazzo con torrette cuspidate e bandiere, affiancato da una chiesa. Il mobile è accompagnato da una coppia di sedie di stile coevo, mentre un portaceri da altare inaugura l’ampliarsi della sala con i divani disposti lungo le pareti. Saliamo una prima rampa e raggiungiamo un disimpegno da cui si può entrare a sinistra in una saletta da pranzo di servizio, caratterizzata da due nicchie settecentesche, di cui una volta quella orientale era un caminetto (nella quale scopriremo si occulti il monitor TV) e dalla quale si procede verso la cucina. Svoltando a destra invece, saliti altri gradini, si perviene ad una sala da pranzo sorprendentemente passante tra zona notte e giorno, ma ben organizzata attorno ad un grande tappeto persiano centrale, ai cui bordi si dispongono un frattino coronato di sedie rivestite da lunghi teli chiari, un grande armadio del Seicento – “totemico” per chi giunge risalendo la scala e in cui si cela la piattaia – e infine una inedita consolle ad “altarino”, composta da due leggiadre colonnine veneziane settecentesche a sostegno di una lastra di cristallo ad angoli stondati, ornata da una abat-jour in stoffa chiara, un mazzo di fiori e un set da tè in argento. Da questo spazio centrale si può procedere verso la zona notte, oppure salire fino allo studiolo del padrone di casa, ricavato sotto la torretta della colombara. Nel disimpegno e nei bagni della zona notte ricompare il tema delle boiserie,  rinforzato dal parquet in legno scuro degli anni Settanta rilevigato nel 2015.

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La camera da letto della figlia

La camera della figlia è caratterizzata da un letto a baldacchino velato, con dimensioni più ridotte rispetto all’opulenza della suite del corpo dominicale, e da una bella specchiera in legno a foglia d’oro del­l’Ot­tocento.
La camera da letto dei padroni di casa ci appare molto curata fin nel minimo dettaglio. Tutto ha origine dal caminetto settecentesco, posto tra le finestre che si affacciano sulla corte e collegato al soffitto da una cornice perimetrale che misura lo spazio e ne arricchisce la qualità. Davanti alla bocca del caminetto Donatella ha allestito una composizione per tavolino tondo e due poltrone ottocentesche, con specchio, fiori bianchi e candelieri che può ben ammirare dalla testiera del letto matrimoniale, mentre ha appena appoggiato un libro sul comodino, il cui bisogno in realtà viene risolto con l’inserimento di un inginocchiatoio seicentesco. Ha inoltre collocato un secondo tavolino tondo, omaggiato da una bella lampada di Venini, per creare una nuova centralità rispetto a quella del caminetto e accrescere il gradiente narrativo dello spazio. Infine entriamo nel bagno, dominato da un’ampia specchiera ai cui lati si trovano collocate due abat-jour ricavate da candelieri settecenteschi da altare e centrata da una decorazione a vetri colorati dal gusto liberty, mentre i raggi di sole entrati dalla finestra si stemperano nel tono miele delle tende in taffetà in un’atmosfera luminosa particolarmente avvolgente.

> Crediti

Palazzo Settecentesco comprato da Battista Masoli e Oride Guerrini

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  • Ristrutturazione fine anni ’60: Acmar
  • Interni: Battista Masoli su disegno dell’architetto Monica Zecchi Boldi
  • Nuovi vetri del B&B con camera d’aria: Vetras
  • Opere di idraulica: I.T.S. di Veltro Claudio e Gabriele
  • Copie di dipinti e affreschi: Noemi Zavoli

Parte del Palazzo che si affaccia su via Zanzanigola:

  • Sanitari: Errani Jobs
  • Imbianchino: Gaudenzio Zamboni
  • Idraulico: Francesco Siboni
  • Opere in muratura: Stefano Brighi

 

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